Ecco perché le canzoni di successo non hanno più le intro strumentali

via ultimateclassicrock.com/ - Bon Jovivia ultimateclassicrock.com/ - Bon Jovi
11/04/2017 12:16 di

Stiamo per assistere alla completa scomparsa delle introduzioni strumentali nelle canzoni pop? È la tesi di Hubert Léveillé Gauvin, un dottorando in teoria musicale presso la Ohio State University. In un recente studio pubblicato sulla rivista Musicae Scientiae, ha confrontato tra di loro più di 300 brani che hanno raggiunto la Top 10 delle classifiche musicali dal 1986 al 2015.

La prima conclusione a cui è arrivato è che negli anni la velocità media di una canzone è aumentata di circa l’8% e che il numero di parole usate è diminuito con una netta crescita delle cosiddette “one-word wonders”, ovvero le hit che ripetono più volte la stessa parola, spesso contenuta anche nel titolo.

La scoperta più interessante fatta dal ricercatore è la diminuzione delle intro strumentali presenti in ogni brano. Se negli anni ’80 si aspettava in media 20 secondi prima ascoltare la prima strofa, tale dato oggi si aggira intorno ai 5 secondi.
Una delle cose più sorprendenti è stato registrare la scomparsa delle intro” - ha commentato Gauvin - “C'è stato un calo del 78 per cento. Sembra folle, ma ha senso. La voce sicuramente è lo strumento che attira maggior attenzione in chi ascolta musica”.

Quello che vuole dimostrare lo studioso è l’esistenza della cosiddetta “attention economy”, ovvero un sistema in cui l’attenzione dell’ascoltare diventa uno dei valori più importanti da considerare a livello economico e da tenere ben presente quando si compone un brano. In un momento storico nel quale ogni canzone è disponibile gratuitamente sulle piattaforme di streaming, l’utente medio è abituato a skippare velocemente da un brano all’altro e per convincerlo a rimanere all’ascolto c’è bisogno di maggiore incisività.

Ovviamente ci sono le dovute eccezioni, Gauvin cita ad esempio “Somebody That I Used To Know” di Gotye in cui bisogna aspettare più di 20 secondi prima di ascoltare la voce del cantante. In più ha anche preso in esame i dati di Spotify provando a confrontare tra di loro i brani più popolari all’interno dell’intera discografia di un artista e non sempre le sue teorie trovavano riscontro.

Lo studioso ribadisce che, essendo il mercato musicale in continua evoluzione, sarebbe sbagliato cercare formule troppo rigide per spiegare certi fenomeni, ma è convinto che le sue ricerche abbiano un fondo di verità. In più afferma che l’attention economy non sia per forza un male: “È molto facile leggere questi dati nel modo più cinico possibile, ma non lo considero una cosa necessariamente negativa" - conclude -"Penso sia un evoluzione naturale delle cose”.


(via)

Tag: scienza

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    È morta Dolores O' Riordan, la cantante dei Cranberries