Cosa diceva Giorgio Moroder sulla musica del futuro, nel 1998

Giorgio Moroder nel 1979. Credit: Michael Ochs Archives - moroder nella vasca da bagnoGiorgio Moroder nel 1979. Credit: Michael Ochs Archives - moroder nella vasca da bagno
23/02/2016 10:30 di

Lo scorso 23 gennaio il sito del Corriere della Sera ha lanciato il suo archivio storico, finalmente consultabile in maniera integrale online: 22 mila firme che hanno scritto sulla testata dal 1876, per un totale di circa otto milioni di articoli. Il Corriere è stato uno tra gli ultimi quotidiani a digitalizzare il proprio archivio: se ci si prende qualche ora per spulciare tra gli articoli di tutte le altre grandi testate italiane si trovano delle vere chicche (come tutti gli articoli assurdi su David Bowie che abbiamo riunito qui), tra le quali ovviamente ci sono pezzi importanti di storia della musica italiana. Questa intervista del 1998 a Giorgio Moroder su La Stampa è un esempio: il producer trentino, tra le altre cose, racconta come immagina il suono del futuro:

Difficilissimo dire quale sarà il sound di domani. L'udito della gente è oggi infinitamente più sofisticato e ricettivo di ieri. Oggi tutti ascoltano tutto. Dov'è il silenzio? Sparito. La musica, il ritmo pervadono tutto il tempo. A volte servono per eccitarsi, ma spesso anche per rilassarsi, per farsi viaggi in fuga dal ritmo velocissimo del videoclip, della tv e dello stesso cinema, ormai un inferno. Ho visto Armageddon: ogni scena dura pochi secondi fra altissimi fragori. Insomma, il suono e la visione a volte sono in combutta, esplodono insieme, a volte sono agli antipodi per bilanciarsi. E tante persone si fanno la loro musica da sé: bastano quindici milioni per metter su uno studio completo, con sintetizzatore, computer e tutto quanto. Un fenomeno molto democratico."

Quest'ultima frase fa particolarmente tenerezza: una volta 15 milioni di lire erano considerati una cifra irrisoria per mettere insieme uno studio di registrazione, e già al tempo questa "accessibilità" portava a chiedersi se non ci fossero troppi artisti in cerca di un pubblico:

"Ma c'è il problema che ci son fuori troppe etichette discografiche, migliaia e migliaia, e la concorrenza è spaventosa. Il risultato è una confusione totale, la globalizzazione non c'è soltanto in economia. A Londra, New York e Los Angeles, le tre capitali della musica, c'è il rap, il rock, il punk, il reggae, l'alternativo, la techno, la new age, la world music, con apporti e contaminazioni di musica araba, sudamericana, asiatica, di tutto il mondo, e altro ancora. Chi vincerà? Forse nessun filone. Forse tutto è destinato a coesistere. I giovani amano anche l'ibrido, la varietà simultanea, l'artificio elettronico che va a braccetto con la semplicità naturale. Io affronto tutto questo. Mi metto in studio e cerco suoni incidendoli al computer, che è molto meglio del registratore: posso infatti cambiare il tempo senza stravolgere il suono, e cambiare tonalità senza alterare il ritmo. Si ottengono gli effetti che vuoi. E dalla finestra vedo una Los Angeles sotto un cielo poco azzurro, una città fantastica in mezzo a fumi e nebbie. Mio fratello si gode il Belvedere a Vienna, ma la realtà vera è quella che vedo io, la realtà della metropoli, delle auto, della massa, la nostalgia dello spirito, della grazia, degli affetti né possessivi né competitivi, di uno spazio mentale da pescarsi chissà dove, dentro di sé, nel passato, fra le stelle, chissà dove. Provo e riprovo, sperimento al sintetizzatore. Non c'è altra via. Adesso ho pronti un minuetto alla Boccherini e una canzone nuova cantata da una ragazza: li alterno, li contamino, li fondo, qualcosa combino. Se funziona, lo sapremo presto.

(via

 

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