Organizzare concerti è un suicidio - Tutti i problemi della musica live

Il punto di vista (incazzato) di un promoter sulla situazione concerti in Italia.
25/09/2012

Questa mattina Alessandro 'Alez' Giovanniello, responsabile di Neverlab e organizzatore da molti anni di diverse rassegne musicali in Lombardia, ha pubblicato su Facebook uno status molto duro sulla situazione della musica live.

«In questa nazione di artisti intransigenti.
Tutti con un nuovo disco da promuovere.
Organizzare concerti vuol dire perdere tanti soldi.
Organizzare concerti è un suicidio.»

Abbiamo contattato Alez per approfondire questo discorso, ecco cosa ci ha detto.

Perché è un suicidio?
Semplicemente perché il giocattolo non è sostenibile. Tanti vogliono mangiare, ma non ci sono soldi. Una volta i concerti gratuiti erano pagati da chi consumava al bar: una persona andava a un concerto e beveva due birre e un cocktail, oggi beve solo una birra.
Il problema è che chi vive in questo mondo non si adegua: vedo band che si lamentano perché i promoter non li chiamano a suonare, anche si tratta di band che fanno pochissime persone. Io sto organizzando diverse rassegne, tutte legate a emergenti italiani e già so che avrò serate vuote. Ciononostante, quelle stesse band non si adattano, non provano a sforzarsi e a cambiare attitudine, magari anche solo per farsi conoscere di più.

Poca voglia di sbattersi?
Guarda, io quest'estate sono andato da Bergamo al Sud con un gruppo, per suonare per due lire. L'ho fatto perché so che se avessi chiesto 400 euro per suonare non me li avrebbero dati. Giustamente, perché là non ho pubblico. Sono andato gratis per fare in modo che la prossima volta mi paghino. Se anche mi avessero preso pagandomi, probabilmente avrei fatto un buco e quindi mi sarei bruciato ogni possibilità in quella zona. Molto spesso queste cose le band e le agenzie non le capiscono. Non si tratta di sacrificio o di rinunce, si tratta di fare un investimento.
Manca completamente un pensiero in prospettiva, che magari punti a richieste basse per un gruppo all'esordio, per permettergli di costruire un suo pubblico e di farlo crescere sul palco. Molti promoter così sono costretti a chiamare sempre le stesse band, le uniche in grado di garantire un po' di tranquillità per una serata. Così ci si riduce ad avere la stessa programmazione in tutte le rassegne.

Se dovessi indicare i tre problemi principali di questa situazione, quali sarebbero?
Il primo è che agenzie e management non hanno il polso del territorio. Sanno solo contare i numeri. Sono convinti che una band che costa 400 debba costare 400 in tutta Italia. E invece no, non è così.
Il secondo è che le agenzie non hanno voglia di investire sull'artista. Anzi, c'è voglia di monetizzare subito. Artisti che valgono 200 euro vengono venduti a 700. Così però si finisce per farli suonare un quinto delle volte rispetto a quanto potrebbero. E in questo modo non solo il nome gira meno, ma anche la band non cresce, perché suona poco e non migliora.
Il terzo problema è una specie di antagonismo delle agenzie nei confronti dei promoter. C'è una sorta di intransigenza, ma le agenzie non capiscono che se non collabori rischi di non far girare più i tuoi gruppi. Non sono molti i promoter che organizzano rassegne di musica italiana: se anche uno solo decidesse di mollare e puntare su cover band e donnine svestite (magari per il "semplice" fatto che ci sono dei dipendenti da pagare ogni mese), la mancanza si sentirebbe.

Una via d'uscita da questa situazione?
È una situazione difficile, perché non girano soldi. Quindi per cercare di farcela, tutti fanno tutto e il risultato è che non c'è professionismo. Non c'è in chi organizza, in chi gestisce, non c'è nemmeno in chi suona. Manca poi il tempo materiale per poter capire quanto vale una band a livello economico (e di potenziale ritorno per chi organizza una serata). L'unico modo per provare a cambiare le cose è puntare su una maggiore organizzazione. Bisogna iniziare a pianificare tutto per bene: le rassegne da parte dei promoter, le strategie di sviluppo delle band da parte delle agenzie. Di nuovo: la questione di base è la necessità di avere una prospettiva. Solo così si diventa professionali e si può pensare di organizzare tour veri, in grado di essere sostenibili a livello economico. Altrimenti un tour diventa solo un'occasione per andare a fare un giro per l'Italia a scoparsi le morose degli altri.

Leggi il punto di vista di Lorenzo Bedini dell'agenzia di booking Cyc Promotion

Tag: concerti - problema live

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