Port-Royal, che lavoro fai?

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09/11/2009

La musica fa pagare le bollette? Secondo Ettore Di Roberto dei Port-Royal è una domanda fondamentale per una buona intervista ma è da tempo che nessuno gliela rivolge. Anche tra quelle di Rockit non c'era, la conversazione tra Attilio Bruzzone e Jukka Reverberi ha preso altre derive. Ettore ci tiene ugualmente a rispondere.

Dal blog della band leggiamo:

Do you all do port-royal as your main thing or are there side-projects and jobs going on too?

Perché questo genere di domanda non è tra le più ricorrenti nelle interviste, anzi, non ricorre affatto?

Lista minima delle possibili risposte:
- non si tratta di argomento poi così interessante;
- non si vuole fare la figura degli impiccioni;
- si dà per scontato che si viva di port-royal;
- al contrario, si dà per scontato che si faccia dell’altro, in ambito extra musicale o paramusicale;
- tutti i nostri “fans” e tutti i giornalisti o sono ventenni che non si pongono ancora questo genere di problemi oppure sono ultraquarantenni che non se lo pongono più già da un po’.ù

A mio modo di vedere, invece, la questione è abbastanza cruciale. Una cosa che mi ha sempre ossessionato, incontrando giovani musicisti o scrittori o artisti in generale, è sempre stata quella di capire se essi avessero deciso di dedicarsi all’arte a tempo pieno o no, e se sì, di capire anche quando avessero preso tale decisione e in che modo; e poi come vivessero. Personalmente non ho mai “sentito” che la musica potesse rappresentare la soluzione della mia vita adulta; e di questo sono sempre stato per certi versi triste, perché la musica (ascoltare i dischi degli altri e farne di miei, insieme al gruppo) è stata la vera passione di dieci anni di vita, cui ho dedicato tanto. Ammiro chi decide di vivere con la sua arte e dedica ogni sua forza a questa causa; il più delle volte ciò significa fare i conti con un’esistenza priva di punti fermi, cosa che non ho mai ritenuto di poter davvero sostenere alla lunga (sicuramente una mia debolezza).

Tra di noi si discute spesso al riguardo. Alcuni degli altri non la pensano come me, ma io ho un’ idea precisa, con cui provo da sempre a giustificare la mia condizione: quello che ho fatto in questi anni con i miei compagni non è pensabile in chiave istituzionalizzata; quello che facciamo se reso lavoro e/o professione perde il suo senso fondamentale (il che non significa, sia chiaro, che, intanto, non si possa girare, prendere degli ingaggi, vendere dischi, eccetera). La precarietà è la sua essenza, il non farsi routine, l’idea che quanto si crea potrebbe essere fatto per l’ultima volta ogni volta; il nostro è “semplice” artigianato fatto in casa, un tentativo di esprimere un’insoddisfazione e una malinconia esistenziale che, a ben vedere, nasce proprio da questo rendersi conto che altrove si è per lo più fuori posto ma che la musica stessa è una consolazione solo momentanea, giovanile forse, comunque destinata a impallidire col tempo.

Per info:
www.port-royal.it/

Commenti (1)

  • Giulio Pons 10/11/2009 ore 18:07 @pons

    Nessun musicista si esprime su questa cosa?

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