Il pubblico va educato - La situazione concerti in Italia vista da un gestore di locale e tour manager

Se i concerti vanno male è anche colpa di un pubblico non educato alla musicaSe i concerti vanno male è anche colpa di un pubblico non educato alla musica
04/10/2012 di

Terzo capitolo dedicato alla situazione dei concerti in Italia. Dopo lo sfogo di Alessandro 'Alez' Giovanniello e la replica di Lorenzo Bedini, è il turno di Salvatore 'Toto' Barbato, gestore del Cage di Livorno, tour manager e musicista.

 

Qual è la situazione dei live e dei concerti in Italia?
Prima di tutto accentrerei la situazione sul calo degli spettatori in maniera generalizzata, un po' dovuto alla crisi economica, ma principalmente dovuto a una crisi culturale. Dopo anni di bombardamento televisivo dove la musica è rappresentata da Amici di Maria, i risultati sono stati disastrosi, come Valerio Scanu e Marco Carta che vincono Sanremo e dopo due anni fanno le sagre della salsiccia.
Ultimamente stiamo assistendo a un miglioramento ma la strada è ancora lunga.
Diverse agenzie hanno capito l'attuale momento e partecipano insieme ai promoter alla situazione, producendo le date e concordando incassi proporzionali agli ingressi.
Aggiungerei che dall'altra parte ci sono ancora tanti promoter con poca esperienza, convinti che l'unica spesa per fare un concerto sia il costo della band senza contare la parte tecnica, l'ospitalità e il resto, causando inevitabili ripercussioni sul concerto stesso.

Quali sono i tre problemi principali della musica live?
Scarsa affezione del pubblico, che ha ancora una mentalità mordi e fuggi. Un gruppo viene osannato e tre mesi dopo ha già perso il 50% del suo pubblico ai concerti. Si è creato un netto divario tra le band emergenti che escono a rimborso spese e quelle affermate con cachet importanti. Il limbo a metà strada sta scomparendo perchè il pubblico segue le grandi band (anche se meteore) o va ai concerti gratuiti di chi vuole emergere. I cachet intermedi, tra i 600 e i 1500 per dare un'idea, difficilmente portano un reale incremento di pubblico, anzi.
La crisi economica ha ridotto notevolmente il numero di concerti, principalmente le feste di piazza e i finanziamenti pubblici.
A parte alcune eccezioni, c'è poca professionalità in tutto l'ambiente musicale italiano dovuto principalmente al fatto che in questo paese fare musica è ancora considerato dalle istituzioni un hobby, un passatempo giovanile, non un vero lavoro che genera ricchezza e occupazione.

Sei attivo da un po' di anni: cosa è cambiato in peggio e cosa in meglio durante questo periodo?
Io sono uno strano ibrido nel senso che sono entrato nel mondo del Rock Italiano nel 1997 grazie all’uscita del primo disco degli Snaporaz, band labronica di cui ero (e a volte lo sono ancora durante le nostre reunion/scampagnate) il batterista. In seguito è diventata naturale la mia trasformazione in tour manager prima e gestore di locale poi, quindi ho avuto possibilità di vivere i cambiamenti del nostro ambiente da più punti di vista. Una grossa delusione è stato proprio il pubblico del Bel Paese che è regredito in maniera esponenziale, sia a livello di numeri che di conoscenza. Dall’altro lato va registrato un notevole miglioramento nel campo dei “mestieri del fare musica live” nel senso che durante gli ultimi anni in Italia siamo cresciuti a livello di Produzione ma soprattutto a livello tecnico. Ho visto crescere fonici di sala, fonici di palco, backliners, band assistant, tour manager, datori luci, uffici stampa... tutto un mondo che ha riversato nella dedizione al lavoro l’ansia derivata dalla crisi economica. Non a caso le grosse crew al seguito degli “artisti top internazionali” sempre più spesso si congratulano con le local crew durante i grossi festival estivi.

I tuoi "colleghi" promoter e booking hanno indicato nella mancanza di progettualità e nei cachet troppo alti i due ostacoli verso un miglioramento. Qual è secondo te la via d'uscita da questa situazione in cui tutti si lamentano?
Un primo passo, che si sta già realizzando come detto prima, sarebbe una più stretta collaborazione tra promoter e agenzie con cachet ridotti a coprire le spese e un forte break even in caso di affluenza. In questo modo l'agenzia dimostra di credere nella band, il promoter è più tranquillo nel chiudere la programmazione e se le cose vanno bene, tutti sono contenti.
Non è una via d'uscita definitiva, ma un segnale e un primo passo verso il miglioramento dell'attuale condizione. I promoter però devono essere ben consapevoli che l'agenzia può mettere in campo una collaborazione solo se la venue ha un valore e la situazione tecnica è largamente all'altezza.
Non si chiede collaborazione per poi mettere il gruppo su un palco scadente.

Cosa ne pensi dello sfogo di Alez?
Non saprei, probabilmente negli ultimi tempi si è dovuto scontrare con le realtà che ha poi raccontato. Sicuramente fare concerti a ingresso gratuito contando solo sul bar ormai è un'utopia. I soldi pubblici sono finiti e il pubblico deve capire che la cultura ha un costo. Entrare in un museo ha un biglietto e nessuno si lamenta. Bene, vedere un concerto ha un biglietto e nessuno dovrebbe lamentarsi. Bisogna però essere ben consapevoli, scusate se mi ripeto, che quando si fa pagare un biglietto bisogna dare qualità tecnica/logistica al pubblico e questo non sempre accade.
Facendo anche il tour manager per diverse agenzie, riconosco anche le enormi spese che queste devono sostenere, tra costi di tour (furgoni, carburante, autostrada), promozione e soprattutto costi di musicisti e tecnici, con il conseguente risultato di crew sempre più ridotte all'osso.

Tu sei anche tour manager e hai girato parecchio. Quali sono le responsabilità delle band per quello che non va? E quali degli altri attori in campo?
Ci sono band con i piedi ben piantati in terra, che sviluppano il loro progetto cercando di farlo crescere negli anni e non rincorrendo il profitto immediato. Penso alle band che concertano con la propria agenzia e il proprio management cachet giusti e rider non troppo onerosi lasciando fuori futili richieste da star che in un dato momento sarebbero superflue. Questo in contrapposizione a band o artisti a cui non è rimasto altro che il glorioso passato e che, grazie al solo nome, hanno richieste allucinanti senza nessun legame con la realtà economica di cui fanno parte. Sempre più spesso vedo promoter ingenui che, rincorrendo un ipotetico facile guadagno, con l’incasso della biglietteria riescono a coprire a malapena le richieste di ospitalità (vitto e alloggio) e rimettono totalmente di tasca propria il cachet dell’artista. Quando accade una disfatta del genere, credo che la colpa stia da tutte le parti in gioco: promoter – agenzia – artista tutti alla ricerca di un incasso immediato che li porterà al contrario ad un futuro molto incerto.
Discorso a parte è quello che riguarda il pubblico, soprattutto quello di matrice indie/alternative che pare sia stato infettato da un virus invisibile. Quante volte abbiamo visto dischi e band osannate per una sola stagione e stroncate al lavoro successivo? Per esempio: MA CHE FINE HANNO FATTO GLI YUPPIE FLU? Com’è possibile che una band così enorme, a mio avviso, dopo l’uscita degli splendidi Days Before The Day e Toast Master sia finita nel dimenticatoio? Perché tutte le volte che una band fa un lavoro importante il lavoro successivo deve essere peggiore a prescindere? Io questo virus l’ho chiamato, in slang livornese, “deh! Erano più ganzi prima”. La cura non è ancora stata trovata…

Tag: problema live

Commenti (11)

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  • Tepe 05/10/2012 ore 10:13 @tepe13

    Per favore, togliete il diritto di parola ai fan di Marco Carta, io gli toglierei anche il diritto di voto, per favore.

  • daniele sartori 05/10/2012 ore 11:48 @daniele77

    Bella intervista .
    Ma basta spegnere le radio generaliste ( casta ?? ) le Tv ( casta??)
    e tutto si risolve !! Per me oggi i Dj importanti sono dei semplici segretari e non hanno / o non possono divulgare quello che ce di buono in Italia .
    La rete e' libera ma i media ( network ) no !!
    Se poi l'unica radio rock in Italia e tutti sapete chi e' trasmette quello che trasmette - rock borghese - allora smettete di ascoltarla .
    Se poi andate a vedere chi sono gli editori di tutte le song che passano allora capirete il giochino !! SIAE !! Ci vorrebbe un inchiesta .
    Rockit sentite la Gabanelli !!
    Ale'

  • Nacho Fever 05/10/2012 ore 12:11 @nachofever

    L'intervista è molto interessante! E molto condivisibile!

    Io comunque ho praticamente suonato sempre a gratis, ho fatto anche spostamenti extra-provincia, sono stato richiamato dagli stessi organizzatori (probabilmente gli era piaciuto il concerto), ho regalato i miei cd. Il problema è che la gavetta non ti porta da nessuna parte, quello che ti porta a suonare e a fare "carriera" è farti il mazzo organizzando qualche concertone e la capacità di venderti, conoscere persone e tutto il resto. E questo non è il male, è la verità, solo che io non sono capace, perchè a me interessa suonare (e al massimo fare video), non fare marketing.

    Magari l'unica cosa che si spera, è che quando sforni un buon disco le riviste "specializzate" te lo recensiscano. Magari sarebbe interessante conoscere l'ultimo punto di vista della "filiera" ovvero quello della testata giornalistica: quali sono i criteri che portano a recensire o scartare un disco, come funzionano i rapporti tra uffici stampa e giornali.

    Se una band ha come unico modo per farsi sentire, e parlare di sè, quello di registrare un buon disco ma poi nessuno glielo recensisce allora è anche inutile raccontarci favole.

    Poi è anche vero che l'offerta oggi è altissima, nei numeri.

  • livere 06/10/2012 ore 21:45 @livere

    Quoto tutto, ma proprio tutto.

  • Jimmy Delcy 20/09/2015 ore 01:48 @jimmy.delcy

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