Perché gli artisti guadagnano così poco dai loro brani in streaming?

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10/02/2015 11:10

Che i guadagni per un artista derivanti dallo streaming fossero pochi lo si sapeva. E più volte si è ipotizzato che alla base del problema ci fosse anche la diseguaglianza nella divisione dei ricavi tra etichetta discografica e gli altri soggetti coinvolti (l'artista, la band o i possibili autori del brano). Persino Bono, spezzando una lancia a favore di siti come Spotify e Deezer, aveva ammesso che le etichette non sono mai state così trasparenti nel far capire agli utenti come fossero distribuiti i soldi derivanti dall'ascolto di una singola canzone. 

Oggi è uscito uno nuovo studio condotto dalla Ernst & Young insieme allo SNEP - il gruppo che raccoglie le maggiori label francesi – per individuare come vengono ripartiti gli ipotetici 9,99 euro che, in media, un utente paga per un abbonamento ad un servizio di streaming. Ecco due grafici decisamente esaustivi.



Come vedete, una volta eliminate tasse e costi di gestione, si evince che le label tengono per loro una fetta del 73% mentre ad artisti ed autori resta poco. Il portavoce della SNEP ha dichiarato che può essere una suddivisione equa se si considera tutte le spese che una casa discografica deve sostenere. Ovviamente la SNEP difende gli interessi dei suoi clienti, ma è palese che il margine di guadagno è troppo squilibrato se si tiene presente che tra queste “spese”, ad oggi, non sono più presenti quelle dovute alla stampa del supporto e alla sua distribuzione nei negozi.

Forse lo streaming potrà diventare realmente una fonte di guadagno per gli artisti e potrà far ripartire la macchina del music business. Certo accadrà se tutti i soggetti coinvolti, le major in primis, si adegueranno al momento che stiamo vivendo e alle evoluzioni che, anno dopo anno, si sono susseguite nel mercato musicale.

 

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Tag: streaming mercato discografico

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