La storia del Vocoder: la prima macchina in grado di sintetizzare la voce umana

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09/05/2016 14:17 di

Nel 1939, durante l'Esposizione Internazionale di New York, venne presentato per la prima volta un macchinario stupefacente: si chiamava voder, abbreviaizione di “Voice Operating Demonstrator.” L'aspetto era quello di un organo da chiesa e per farlo funzionare doveva intervenire un'operatrice, la "Voderette". Davanti a lei c'era un ampio pubblico in attesa. Quando la voderette mise le mani sulla tastiera, suonò qualcosa che nessuno aveva mai sentito prima: una voce sintetizzata. 

Come immaginerete, stiamo parlando dell'antenato del più popolare vocoder (che poi sta per “voice encoder”), uno degli strumenti più utilizzati nella musica contemporanea che dà quel particolare effetto "robotico" alle voci di artisti come Drake, Kraftwerk, Daft Punk, Beastie Boys e moltissimi altri.
Il funzionamento che aveva il primo prototipo però era piuttosto complesso, tanto che per essere in grado di "far parlare" il voder gli operatori necessitavano di più di un anno di prove e allenamenti. Ogni tasto controllava una particolare banda di frequenza, in basso invece c'erano due pedali: uno controllava il tono, l'altro controllava l'intensità del suono. Il tutto veniva eseguito dal vivo, proprio come una partitura che invece di note produceva parole e blocchi di frasi.

L'uomo dietro all'invenzione del voder è Homer Dudley, un ingegnere che lavorava per i Bell Labs, un centro di ricerca di proprietà di AT&T (abbreviazione di "American Telephone and Telegraph Incorporated"), una compagnia telefonica statunitense tuttora sul mercato. Durante il decennio 1920-1930, i Bell Labs furono impegnati in diversi tipi di ricerca sulla voce umana, per scoprire come sintetizzare, digitalizzare e comprimere i discorsi per la trasmissione a lunga distanza. Il voder è un'innovazione che insieme ad altre numerose invenzioni dei Bell Labs anticiperà la maggior parte dei media digitali che usiamo ancora oggi.

(Le mani di un'operatrice alle prese con il voder)

Ma come si è arrivati dal voder al vocoder?
Durante la Seconda Guerra mondiale, il governo degli Stati Uniti chiese ai Bell Labs di creare un macchinario per criptare le comunicazioni, ed è proprio a Homer Dudley che venne assegnato il compito. Dudley tornò così a lavorare sulle tecnologie del voder arrivando al vocoder, un sistema in grado di separare le componenti base della voce umana. Una volta separate, queste componenti venivano compresse e trasmesse mediante canali a onde corte, e poi riprodotte. Questo processo permise per la prima volta alla voce umana di essere digitalizzata e inviata lungo grandi distanze. La digitalizzazione e la compressione sono però solo una parte del puzzle, poiché il segnale poteva essere intecettato e decodificato da chiunque. Dudley e la sua squadra tornarono quindi a lavorare a un sistema di crittografia infrangibile. Il progetto venne chiamato Project X, The Green Hornet o SIGSALY, uno degli asset principali che permisero agli Stati Uniti di vincere la guerra.

Insomma, da macchinario curioso e futuristico, il voder e poi il vocoder hanno avuto un'importanza fondamentale, e non solo in campo militare o r'n'b: i nostri smarthphone funzionano anche grazie ad un chip che comprime la voce discendente direttamente dal vocoder, così come la compressione alla base degli mp3 e dei video che troviamo ogni giorno su internet.

 

 

 

(via)

Tag: storie

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