Perché le band indipendenti dovrebbero partecipare a X Factor

29/10/2015 12:05 di

Qualche settimana fa abbiamo ospitato l'opinione di Niccolò Vecchia sul perché X Factor non è il luogo di promozione migliore per le band indipendenti. La questione ha suscitato grande dibattito on line, così abbiamo deciso di tornare sull'argomento con un'opinione diametralmente diversa. Il tema è interessante e complesso e va affrontato da diversi punti di vista.

Nonostante più o meno chiunque abbia passato almeno una serata a guardare una puntata di X Factor, per molti ciò che succede su quel palco non ha quasi mai avuto a che fare con la musica “vera”. Dismessi i panni del gruppo di ascolto, X Factor rimane quello che è sempre stato: un programma televisivo che intrattiene cercando, con la sua logica eliminatoria, di trovare una nuova pop star.
Per molti la musica si fa da un’altra parte, nei garage come in America o in Italia nelle sale prove vicino l’Esselunga. Proprio per questo chi decide di partecipare a questo programma dev’essere un amante del karaoke o al massimo un devoto al coro gospel che quindi nel momento precedente e successivo alla messa in onda dell’esibizione ritorna nel nulla da dov’è venuto. Un “artista vero” che la musica la fa sul serio - o tenta di farla - non penserebbe mai che sia utile, producente e strategico partecipare a un baraccone che ti riempie di ballerine e lustrini mentre canti una cover.

Per la maggior parte dei ragazzini italiani, invece, la musica è sinonimo di talent. La prima edizione di Amici è datata 2001 (al tempo si chiamava Saranno famosi e a vincere è, sì, Dennis Fantina) e la prima di X Factor 2008. Chi è nato sulle note di “Non è il cuore”, il primo singolo di Dennis, ora è in prima liceo. In questi quindici anni la cosa si è andata consolidando, tanto da rendere l’intera scena mainstream italiana completamente dominata da talenter. Da una parte i figli di Maria (Emma, Alessandra Amoroso, Marco Carta, Valerio Scanu, The Kolors, Dear Jack, Moreno, Annalisa), dall’altra quelli che hanno avuto più o meno l’X Factor (Marco Mengoni, Noemi, Francesca Michielin, Chiara Galiazzo, Lorenzo Fragola, Giusy Ferreri). Per convincere definitivamente che in Italia i talent sono La Musica ci si mettono anche i musicisti caduti nel dimenticatoio, che scelgono - di loro sponte o meno non è dato sapere - proprio questi show per tentare di rilanciare la loro carriera artistica. È il caso ad esempio del succitato Dennis Fantina, dei Jalisse e di Chiara Iezzi, che hanno tentato le Blind audition di The Voice. Appare dunque ovvio che, eccezion fatta per chi ha cominciato prima insieme a Negramaro, Malika Ayane, Modà, Fedez e qualche rapper, la musica giovane italiana passa per i talent.
Nonostante da anni si tenti di liquidare la televisione perché ora ci sono l’internet, i torrent e l’on demand, la risposta continua a essere sempre la stessa: sì, la tv è ancora un media potentissimo.



Per questo chiedersi se sia giusto o meno che un gruppo “indipendente” o un artista “vero” vada a X Factor è una falsa domanda. Non si tratta di scegliere, se la scelta è obbligata. Chi nasce indipendente rimane quasi sempre indipendente e non per velleità da alternativo, ma perché quasi sempre le occasioni per porsi l’amletico dubbio sono nulle. Qualcuno potrebbe tirare in ballo il merito, ma lo si potrebbe fare allo stesso modo nel mainstream.
Se gli autori del programma ideato da Simon Cowell hanno dato nuove regole alla categoria Gruppi (seppur anticipati dal successo ad Amici) non è che hanno captato qualcosa, magari un substrato ai più sconosciuto ma con della potenzialità? È un caso se quest’anno gli indipendenti arrivati ai provini, Home Visit e infine Live sono stati il vero “tema caldo” di questa edizione? Si è a lungo parlato del rifiuto di Sara Loreni, l’acronimo degli Osc2x è diventato meno ostico, The Van Houtens hanno dimostrato la loro follia british, LandLord, Moseek e Urban Strangers sono sani e salvi nella squadra di Fedez che sembra il benchmark di quest’anno. Si tratta di gruppi veri, che hanno scelto di suonare Lykke Li o un timpano in piedi (e a farlo era per giunta una donna, la cantante dei Moseek!). Possono non piacere, si possono avere presente altri gruppi molto più efficaci nel fare quello che hanno fatto, ma restano comunque una novità per chi vede i The Kolors come l’avanguardia. Aiutano ad aprire lo sguardo e le orecchie di quello che è il reale target di X Factor. Forse non diventeranno famosi (e se lo volessero diventare non facciamogliene una colpa) e magari non vinceranno la nona edizione di X Factor perché in realtà non sono delle popstar o delle boy band, ma quando qualcuno su un palco suonerà una loop station, un computer o un timpano farà meno paura. Anche così si costruisce un mercato.



È che i talent in Italia sembrano fare quello che in Italia non fanno le case discografiche. Certo, il vincitore ottiene un contratto di 300mila euro con Sony Music, ma in un talent il sottobosco è davvero vastissimo e con una qualità non necessariamente bassa. Dopotutto le etichette mancano anche nei club dove molti di questi gruppi indipendenti si esibiscono e non soltanto, come dicono alcuni, perché fanno pietà. La qualità si costruisce anche creando metri di paragone e scommettendo ed è quello che in Italia si fa pochissimo, preferendo la costruzione di prodotti giocando al ribasso o ripetendo uno schema altrove vincente. Semplicemente, si dividono mainstream e indipendente in due galassie autonome, quasi sempre prive di intersezioni. Basti pensare che molti speaker radiofonici amano numerosi gruppi indipendenti, vanno ai loro concerti ma quasi mai possono trasmettere i loro pezzi durante le loro trasmissioni. Il risultato è che molti che popolano la galassia mainstream ignorano l’indipendente e chi fa parte di quest’ultima ne fa quasi una questione di acritica qualità, di militanza, guardando l’altra con sdegno. E questo atteggiamento fa male quanto la cecità di certi media. La convinzione che la musica underground sia necessariamente “difficile” o che la massa “vuole questa roba qua”, intendendo il mainstream è un comodo dito dietro cui si nasconde pigrizia, scarsa propensione alla scommessa e snobismo al contrario.
Verrebbe da suggerire un’azione d’arte performativa: artisti più o meno indie, più o meno noti, partecipate alle selezioni di X Factor, scalzate gli appassionati di corride e karaoke e portate la vostra musica lì dove si è convinti nasca la musica italiana. Molti di voi continueranno a non rappresentare nulla di memorabile o a non voler c’entrare nulla, ma qualcun altro invece saprà dimostrare che c’è davvero un mondo interessante da scoprire sia per i discografici che per chi corre con le playlist di Spotify.

Tag: opinioni x factor

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Commenti (19)

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  • simo 05/11/2015 ore 20:30 @simo1

    Conquistare fette di mercato, visibilità?
    riferito al genere... non l'avevo mai sentita prima!
    Secondo me tutto il discorso, non me ne voglia l'autrice, è NON CORRETTO. Un controsenso. Lo dice la parola stessa. Il principio che sta alla base del concetto "indie".
    Da un lato c'è l'industria ---> dall'altro l'indie.
    Non è autoghettizzazione, è una conseguenza.

    Se cerchi il successo, vuoi farti conoscere, se cerchi l'industria, vuoi passare dalle smanzate in garage al forum di Assago con le spruzzate di benzina, fuochi ed esplosioni, fonici di MTV, fai quella scelta e, per carità, nessuno dirà nulla... Ecco, basta un pizzico di coerenza.

    E' semplice capirlo.Se ti affidi commercialmente a Rai, Mediaset, Gruppo Cairo, Sky, Endemol, Sony... a chiunque ci sia dietro, la tua proposta sarà industriale (credo)
    Sarai ok, "spaccherai", "sarai arrivato dritto al cuore di chi ascolta", avrai l'acconciatura e il look giusto (sulla copertina di TV sorrisi e canzoni) e potrai anche tu dire: "vi adoro, siete importantissimi per me."
    Se invece ti affidi artisticamente alle "accademie" ne uscirà qualcosa di accademico. (Pur mettendoci tutta la buonafede di cui dispongo, non credo proprio che aziende simili, con gli investimenti che fanno sulle singole persone, concedano autonomia artistica o spazio all'estro dei malcapitati che aderiranno all'iniziativa.) Scordatevi di sentire pezzi di rottura.

    ...Però quegli altri, quelli veri, suonano. Suonano e basta. Cominciano dagli sgabuzzini e poi passano alle pizzerie. Andando su e giù col furgone. Localetti, localacci, festivàl, raduni, vendendo ciddì a 4 soldi agli avventori rovinati dagli eccessi...Imparando sulla propria pelle errori, flop, vuoti in sala, fischi, blackout, suoni, equalizzazione... Cose terribili anche. E' solo così che il terreno è fertile per l'indie e solo così che può dare i suoi frutti... Niente scorciatoie o passaggi segreti.
    Qualcuno ce la fa. E noi che ci leggiamo vicendevolmente su questa pagina dovremmo sapere di che parliamo.

    Piuttosto riflettiamo sul fatto che à la televisiun, (che la ga la forsa del leun), tranne qlc rarissima eccezione (Rai 5) non si vede un programma musicale decente da secoli.
    Oh, ci fosse un'emittente scalcagnata che facesse una proposta fuori dal coro!
    Chiediamoci piuttosto il perché di questo.

    Se ci fosse tutta questa domanda di musica "underground" (si dice così giusto?) come qui si vuole far credere, la macchina mediatica non esiterebbero un istante a mettersi in moto. (credo)
    La verità è che il pubblico dei talent in questi (15?) anni è cresciuto... Quei ragazzetti cresciutelli sono diventati degli ometti e si sono schiantati gli ovetti kinder di sofficini del capitano Findus e di "confezioni spray"... Vogliono un po' di musica seria... e la vogliono in TV.
    Io sono davvero spiacente, ma credo che quel che daranno loro in pasto sarà il solito prodotto musicale succedaneo:
    quel "sounds like..."
    quel riadattamento più vendibile, che snatura, che ripulendosi si sporca, che in taluni casi ci può sedurre e ci può corrompere.

    Se volete fare una cosa intercettate quel desiderio e portate i ragazzi ai concerti, non la musica indie in TV.

  • TommyTheWho 06/11/2015 ore 01:37 @TommyTheWho

    simoparati D'accordissimo praticamente su tutto. C'è però da farsi una domanda: è nato prima l'uovo o la gallina? Mi spiego. Davanti all'affermazione "Se ci fosse tutta questa domanda di musica "underground" (si dice così giusto?) come qui si vuole far credere, la macchina mediatica non esiterebbero un istante a mettersi in moto. (credo)" potrei rispondere: non è che non c'è domanda perchè proprio il prodotto standardizzato, quello che propone il talent è diventato ormai "la cioccolata" per i "golosi" di musica? Se un ragazzino cresce con quella roba penserò che la buona musica E' ed E' SOLO quella roba... Naturalmente ho semplificato, ma spero il concetto sia chiaro.

  • agnulittumc 06/11/2015 ore 09:06 @agnulittu

    simoparati d'accordissimo, anche se hai un'idea un po' romanzata dell'indie

  • simo 06/11/2015 ore 15:33 @simo1

    agnulittumc, sorrido perché... in effetti... lo riconosco.

    Partendo dal presupposto che ogni catalogazione, ogni definizione è di per sé sbagliata, considerando il fatto che ognuno di noi propenderà per dare un'interpretazione personale di cosa "è" e cosa "non è" indie, credo che noi, facilitati dal fatto di trovarci su questa pagina anziché su una del Resto del Carlino, dovremmo convenire almeno su un paio di punti.
    La parola Indie riconduce, trae origine dalla parola indipendenza. Fin qui tutti d'accordo?
    Sì ma, indipendenza da cosa?
    A mio avviso: indipendenza dal mercato e dall'omologazione.
    E' una definizione mia personale, sia ben chiaro.
    Poi possiamo stare a discutere per giorni della connotazione artistica o di quella commerciale di una band però per me non è indie chi si autoproduce il disco se poi quel disco suona commerciale come non è indie chi, seppur dando la parvenza di un sound specifico (non addentriamoci nel tema), promuove e mercanteggia il suo lavoro dalla Terrazza Campari o dagli MTV award.
    Potrò considerare l'ibridazione, certo... ma ci andrò sempre cauto in questo caso ad apporre etichette.

    TommyTheWho credo di aver afferrato il concetto...
    uovo e gallina come Maometto e la montagna?
    Sono fermamente convinto del fatto che se il mercato ha manifestato l'intenzione di muovere la barra in quella direzione, significa che una domanda effettivamente c'è.
    Il loro fiuto a conti fatti si traduce in soldoni.
    Per noi il marketing è un piatto tipico della Lunigiana... Per loro no! E' diverso (apps, cookies, zeitgeist) Sanno come muoversi insomma. Se non colgono le tendenze, se non le anticipano, sono spacciati.

    Ora alla luce di questo concludo:
    se la domanda fosse: "Ritenete sensato che i vostri beniamini partecipino alla sagra della generalizzazione, dell'omologazione, dell'ipocrisia e del consumo per poter ottenere più visibilità e per "cambiare il mondo" della musica?"
    la mia risposta è: "no! Si tratta di una trappola. Di una partita a braccio di ferro dove chi molla per primo la presa perde"
    Se la TV fosse seriamente interessata all'articolo, se volesse aprirsi a quel genere, gli dedicherebbe semplicemente dello spazio (anche dopo la mezzanotte... va bene lo stesso).
    Purtroppo credo fermamente che i due mondi siano incompatibili... Che il concetto che sta alla base dell'indie non le sia congeniale... Oserei dire anche antitetico.
    Cercherebbe di inglobarlo, di fargli perdere credibilità per poi, una volta ridotto ai minimi termini, fagocitarlo.

  • AreaDemetrio 13/12/2015 ore 21:56 @AreaDemetrio

    Anni fa c'era musica che era nata underground e poi era emersa imponendosi alle case discografiche. Basti ricordare il superamento della soglia dei 5 minuti a brano, come esempio dell'emergere di un altro tipo di musica e musicista. Gli artisti che hanno interpretato queste tendenze possono avere avuto carriere che hanno poi virato verso il lato commerciale o meno. Nel loro insieme, il loro successo ha formato culturalmente un pubblico. Questo non ha determinato la sparizione di un altro pubblico votato ad ascolti solo o quasi commerciali e semplici. Ha però creato un ambiente adatto ad accogliere coloro che chiedevano "di più ed altro" alla musica e ha creato un “altro pubblico”.

    Come ogni forma d'arte la musica è un fenomeno di comunicazione ed espansione della coscienza e della conoscenza. Dato che la musica non è una forma di comunicazione razionale può risultare sfuggente alla coscienza e alla razionalizzazione. Anche se correttamente U. Eco avverte che l’Opera d’Arte può essere ricondotta alla razionalizzazione tramite la serializzazione. Infatti l’industria musicale è sempre alla ricerca della tipizzazione e della ripetizione protratta nel tempo fino a quando assicura vendite.

    Ho scritto queste premesse per dire che il problema non è la contrapposizione fra mainstream e underground, perché sarebbe manicheo e superficiale accreditare queste due realtà di identità univoche. L’underground deve dimostrare di saper interpretare un comune sentire, non può attribuirselo a priori in base al solo posizionamento di mercato o di estraneità al mercato. Questo solo gli ascoltatori potranno stabilirlo conferendo un senso all’opera. Dall’altro lato per quanto tipizzi e ripeta l’industria musicale è alla ricerca del nuovo prodotto capace di aumentare le vendite o assicurare le prossime. Se aumento o vendite future fossero rappresentati dall’incorporazione dell’underground lo incorporerebbero o almeno proverebbero a farlo. Così come alcuni degli interpreti underground accetterebbero volentieri di essere incorporati.

    Qual è il vero problema che si manifesta oggi, l’assenza media di artisti e ascoltatori che siano gli epigoni di musicisti e pubblici di altri decenni e il cuore pulsante di un rinascimento. Le impressioni sullo stato delle cose sono ampiamente documentate da vari interventi presenti in questa sede.

    Detto ciò veniamo alla questione della partecipazione ai Talent. In questo momento far toccare ad un più ampio pubblico creatività musicali altre, o che lo siano almeno in parte, può essere un modo per far scoprire produzioni e sforzi creativi differenti. I Talent basati sull’interprete canoro non sono altro che ricerche e creazioni ad ampia scala di meri esecutori potenzialmente Star. In questo senso i Talent sono la perfetta interpretazione della visione dell’industria discografica. Trovare l’interprete adatto a cantare composizioni di autori che siano ritenute gradite al pubblico.

    Quest’anno però qualcosa di nuovo nel più famoso Talent italiano è accaduto, la presenza sul palco di Gruppi che oltre all’interpretazione vocale hanno portato la propria interpretazione musicale, adattando o stravolgendo l’originale. Queste new entries hanno funzionato sia in termini di rispondenza del pubblico che di presentazione di un altro modo d’interpretare, compositivo e musicalmente creativo. A volte anche molto originale. Una parte del pubblico non avrà apprezzato e colto il messaggio. Coloro che invece hanno apprezzato alcune di queste presenze delle quali non conoscevano stile musicale e tanto meno i musicisti, potrebbero essere lo stadio iniziale di un nuovo pubblico o di un pubblico più ampio che può interessarsi a correnti artistiche differenti da quelle canoniche. Difficile se non impossibile sottoscrivere questa visione in modo certo, però è una possibilità da esperire.

    Quand’ero ragazzino alcuni adulti mi fecero conoscere e approfondire delle composizioni classiche, poco più tardi dei coetanei o semi coetanei mi fecero scoprire un po’ alla volta musicisti moderni dediti a: Rock, Blues, le prime esperienze di musica elettronica, Folk, Reggae e poi ancora altri generi. Altre esperienze musicali sono nate dopo, ma ormai avevo una formazione per giungerci da me. Parallelamente scoprii il Jazz non comunemente noto in Italia.
    Devo a queste persone la mia formazione musicale, perché mi misero in contatto con un universo musicale che non conoscevo e col quale mi trovai rapidamente in sintonia … Si trattava solo d’incespicarci sopra.

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