25/01/2009

La grande famiglia dei Modena City Ramblers continua a sfornare dischi al di fuori della ragione sociale MCR. Dopo Alberto Cottica, Giovanni Rubbiani, Alberto Morselli e Cisco, tocca a Massimo Ice Ghiacci, bassista del gruppo combat folk emiliano. A differenza di chi l'ha preceduto, Ghiacci non esce però dalla band: il suo esordio solista è una deviazione momentanea, che non segna un abbandono dei compagni di viaggio. Terminato il doveroso albero genealogico, si può partire. Meglio mettere subito le cose in chiaro: "Come un mantra luminoso" non è un disco bello o brutto, è semplicemente un disco che non serve. Si distanzia a livello musicale dal percorso dei Modena, proponendo un rock più cantautorale e americano, ma non riesce a dire nulla di nuovo sia per musiche sia per testi. Ballate che lasciano il tempo che trovano, spuntate e senza possibilità di scalfire. Basterebbe incollare il testo di "Vagamondo", sarebbe sufficiente leggere questa ennesima santificazione del viaggio e del nomadismo bohemienne per capire in quali desolati territori ci troviamo. O ascoltare "Tempo al tempo", in cui Ghiacci prova a battere la strada di un Bob Dylan italianizzato, dimenticandosi che quella stessa via è già stata tracciata da altri, ad esempio un certo De Gregori, e con risultati neanche lontanamente paragonabili. Insomma, la volontà di produrre qualcosa a proprio nome, di uscire dagli schemi della band è più che comprensibile e lodevole, ma questo purtroppo è l'unico apprezzamento che si possa rivolgere a "Come un mantra luminoso". Il disco suona così come un'indubbia soddisfazione personale per l'autore, ma provoca solo un rassegnato scotimento di testa per l'ascoltatore.

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