20/02/1998 di Davide Baroncelli

Scrivere una recensione su un disco dei Bluvertigo senza farsi (troppo) condizionare negativamente dalla smisurata antipatia del loro leader, Morgan, è un' impresa che può dare risultati interessanti. "Metallo non Metallo" è un disco presuntuoso come il suo autore (Morgan ha scritto tutti i testi, quasi tutta la musica e prodotto l'album). Ma, benchè sia spesso eccessivo, scomposto e discontinuo, il disco si assume molti impegni, come pochissimi altri al giorno d'oggi, mantenendo molte delle sue promesse.

La scommessa principale che Morgan e compagni fanno, ne sono sicuro, è quella di fare "Arte" con la A maiuscola. C'è una bella differenza, infatti, tra questo disco e la grande maggioranza delle produzioni italiane attuali (che non sono quasi mai arte, ma mero intrattenimento di consumo). I Bluvertigo non inseguono nessuna tendenza, non copiano nessun "sound" attuale, nessun genere. Molto più preoccupati di crearsi un proprio genere, Morgan e compagni studiano da band di culto, intessendo complessi tessuti sonori in cui colorazioni elettroniche vivaci e moderne si sposano a linee di basso di sapore anni'70 (accompagnate da parti di batteria che sono forse la cosa più vicina ad un certo tipo di pop odierno), in un impasto di chitarre potenti (Metallo non metallo...) su cui si adagiano le voci di Morgan e Andy (di stampo "depechemodiano" , ma con un gusto per la pronuncia che è tipicamente italiano e ricorda i cantanti dei migliori anni 70).

Sembrerebbe, insomma, che dal mio punto di vista la scommessa artistica sia vinta, ma non è del tutto così. Lo dico chiaro: amo questo disco, ma non è arte. I tessuti sonori e la ricerca dei colori di cui è fatto questo (molto variopinto) quadro musicale sono il campo in cui l'opera è meglio riuscita (memorabile, da questo punto di vista "cieli neri", con il sottofondo di piano elettrico e chitarra con tremolo su cui Mauro Pagani disegna linee di flauto crimsoniane), ma rimangono dei difetti laddove l'impasto sonoro non riesce a diventare un vero e proprio amalgama e rimane allo stadio di "composizione" di (tanti) strumenti e linee diversi. Le divagazioni armoniche di Morgan sono interessanti, ma lasciano l'amaro in bocca quando si comprende che costituiscono più un divertissement o un esercizio di snobismo intellettuale, e non un vero e proprio terreno fertile su cui far crescere canzoni (si pensi a "fuori dal tempo", in cui la parte finale, del tutto troncata dalla versione radio-televisiva è una specie di "protuberanza colta" ad una canzone 'carina', ma molto meno "valida"). Ma anche qui, bisogna riconoscerlo, c'è una distanza abissale con le migliaia di produzioni italiane (e non) di vomitevole conservativismo che vengono sfornate quotidianamente, costruite da decenni sulle stesse idee musicali.

Dove, a mio parere, il disco crolla quasi interamente è sui testi. Ora, oggigiorno non importa più a nessuno cosa viene detto nelle canzoni, ma io ho dei gusti un po' retro, e soprattutto credo che, dato che Morgan & c. puntano in alto, sia giusto notare quando in alto non arrivano. Insomma, sarà che non riesco a fare a meno di immaginare l' espressione convinta e priva di dubbi con cui Morgan canta (ed appare in TV), ma queste canzoni dall'egocentrismo strabordante proprio non mi vanno giù. Ce ne sono alcune che ritengo veramente orride "Il mio malditesta", "oggi hai parlato troppo", "le arti dei miscugli", "l'eremita", "vertigoblu": filosofia spicciola, intellettualismi sterili (che mi hanno fatto venire in mente che il sottotitolo del disco dovrebbe essere "ho fatto il liceo e si sente"), lezioni di vita e presunzione a borsate, condite da uno stile che si vorrebbe eclettico, e riesce ad essere solo caotico. Morgan scrive testi come se avesse una storia lunghissima alle spalle, che gli permetta di riempire un sostanziale vuoto di significati con il gioco verbale, il trucchetto (assonanze, richiami interni,...), l'ammiccamento bizzarro. Insomma, forse Morgan si prende alla lettera (nelle "arti dei miscugli" sentenzia discutibilmente che "in ogni opera d'arte che si rispetti come minimo c'è tutto: tutto è tutto, quindi anche brutto), ma secondo me vale la pena cambiare direzione... Mi piacciono di più canzoni e frammenti di canzoni più intimisti (ancora "cieli neri", o "ideaplatonica", che nonostante un paio di secchionate all'interno è la canzone del disco che preferisco), gli spunti elegiaci (come in parti di "ebbrezza totale") o la cupezza di "troppe emozioni". Paradossalmente i testi più riusciti sono forse il famoso testo dei tre giorni o "altre forme di vita" in cui, per un istante, Morgan sembra prendersi meno sul serio... Peccato, perchè di spunti la musica ne dà molti,soprattutto permetterebbe uno slancio lirico ben maggiore, e più efficace. Infine: il booklet del disco si apre con la seguente frase: "i tre tempi dell'avventura del cuore: dapprima l'immediatezza ottusamente paga della realtà, ossia l'infanzia aproblematica, poi l'inquietante scoperta intellettuale della diversità e del dissidio con le cose, ovvero la perdita dell'adolescenza e infine il recupero di una spontanea armonia e di una nuova, ritrovata immediatezza". Parrebbe una linea di svolgimento, una struttura degli argomenti del disco. Chi riesca a ritrovarne il filo nei testi mi informi.

Commenti (3)

Carica commenti più vecchi
  • MANIAL-FM 02/04/2010 ore 09:20 @manial

    Capolavoro indiscusso!
    Ideaplatonica, Fuori dal Tempo ed Il Nucleo sono brani eccezionali!

  • Giuseppe Galato 02/04/2010 ore 09:58 @ictus

    "Il Nucleo" io l'avrei volentieri eliminata...

  • Pasquale Scevola 30/07/2015 ore 16:18 @xxx

    Recensione imbarazzante. Spero te lo abbiano detto.

Aggiungi un commento:


ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati