21/04/2009

C'è un incastro vintage di note che suona appena comincia questo disco: "Dreamsongs". Scorro i titoli delle canzoni, con i nomi degli autori tra parentesi e mi dico, stranieri, tra italiani. Poi le canzoni iniziano a prendere forma e a riprendere forma nelle mie memorie sonore. Non si tratta solo di suono vintage ma anche di cover. Canzoni originali assolutamente integrate tra Moby Grape, Kinks, Zombies, con la rilettura del country attraverso favolistici occhiali pop come in "Touched by a cloud", semplicemente bellissima. Senza dimenticare che in quegli anni (siamo nel cuore fulgido degli anni 60, giusto per sottolineare di un rosso immaginato il gap temporale), in quegli Stati Uniti, prendendo in considerazione quei gruppi, ad altro non si poteva pensare che a vivere quel sogno, sebbene a tratti lisergico. Tutto un attimo prima che David Bowie sapesse da Dio che era un bravo ragazzo (in "Space Oddity"), o che i Beatles spedissero Lucy nel cielo coi diamanti.

Da Pesaro, Alberto Arcangeli fa sorridere anche il "Doolin Dalton" più malinconico degli Eagles. Prende un banjo e canta il suo country, mette il delay sulla voce e comincia un viaggio, non sempre sicuro, chè le strade polverose di certi ricordi alimentano sempre un po' la malinconia. Ma quando il blues s'incattivisce, aiutati da Loudermilk, ritorna l'energia e il viaggio continua sia che si tratti della Route 66 che dell'A 14.

Tanto vale allora non aspettare, e partire per quei luoghi dove la terra trema solo perché attraversata da un motore 6000 benzina acceso, il sole ti riscalda come un padre affettuoso e tu hai solo fretta di arrivare, anche se non sai ancora bene dove.

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