04/02/2001 di Jack Nessuno

Quando capita di ascoltare dischi come questi non si sa mai se parlarne bene o male. Parlarne bene non si può, per i motivi che poi diremo, ma neanche parlarne male, visto che comunque ci sono idee, suoni e composizioni che denotano una certa competenza. Ma ciò che penalizza gli Aidoru è una pretenziosità di fondo che non ha motivo di esistere. Insomma, nonostante dichiarino di inserirsi in quattro o cinque generi diversi, questo cd suona allo stesso modo di tanti altri gruppi italiani che cercano di rifare i Sonic Youth o i loro imitatori Blonde Redhead con una particolare predilezione per gli imitatori degli imitatori ovvero i Marlene Kuntz. Ho perso il conto... dovrebbe essere un'imitazione alla quarta. E non basta inserire un pianoforte o una batteria spagnoleggiante per poter dire di ispirarsi a Stereolab, Tortoise, o Morricone (figuriamoci). "Silenzio" vuole essere un pezzo d'avanguardia senza accorgersi che sarebbe già stato vecchio vent'anni fa; "Zar" non sfigurerebbe a Sanremo; "80" sembra un medley di "Com'è profondo il mare" di Lucio Dalla e "A View to a Kill dei Duran Duran suonato dai Fugazi (e descritto così non sarebbe neanche male); "Nero1nero2" è la solita solfa alla Blonde Redhead. Gli Aidoru si salvano in corner con "Sputnik" una canzone veramente bella di stampo crimsoniano, dominata da un piano squillante, un basso distorto, nastri in reverse e un cantato calibrato che vengono amalgamati alla perfezione riuscendo in questo modo ad attraversare lo specchio che separa il kitsch dall'alta classe. Potrebbe essere un ottimo punto di partenza per un salto di qualità che, mantenendo i piedi per terra, non dovrebbe tardare ad arrivare.

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