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RECENSIONE
24/02/2010

Sono capaci di camminare a passetti lenti, a piedi nudi, senza fare rumore, per distese di taiga, salvo poi cavalcare l'onda di una bufera disastrante, quasi in un piccolo adattamento orchestrale dove la torre di arpeggi è funzionale al crollo finale.

Una rabdomante distorta ricerca che vorrebbe poggiarsi sull'alveo della forma-canzone, salvo poi decostruirne la sostanza. A filmare la scena, a scegliere le inquadrature (e la colonna sonora) sono i Vonneumann, formazione decennale che in questo consistente lavoro di estemporaneità "bendata" innesta nuances di free-rock a un'architettura improvvisativa incastonata in schemi mai barocchi né autoreferenziali. Talvolta eccedendo nella saturazione dei colori, a volte lasciando che a parlare sia il sussurro posato, elegante, ma incisivo come un bisturi. Sta di fatto che quando si apre "Il de' metallo" (che rappresenta la prima parte di un dittico che si concluderà nei prossimi mesi con "Il De' Blues") ogni colpo sembra andare a infierire proprio sui quei nervi ormai scoperti. Ci si arrende all'assalto di chitarre, si corre fra trombe e violoncelli.

Istintivi e collaudati nelle alternanze tra quiete e turbamento, inflessibili nella ricerca della sensibilità strumentale più pura, esaltano il concetto di passionalità silenziosa in una buona epifania di emozioni tinte nei colori del post più ricercato, privo di patina contraffatta.

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