11/01/2010

Mettiamo che domani un tuo amico, appena uscito dalla grotta in cui ha passato gli ultimi quindici anni incatenato ad un televisore dallo psicopatico amico di Maria de Filippi che l'aveva sequestrato, ti chieda di ragguagliarlo velocemente su quello che si è perso in materia di musica italiana. Hai due possibilità: tirare fuori tutti i cd oppure tirarne fuori uno solo: questo. Perché i Lemmings sono capaci di mettere insieme in una sola canzone Baustelle e Roy Paci ("Pret A Porter"), di passare con mirabile nonchalance dal revivalismo soft-snob de Il Genio a quello più caciarone e nazional-popolare di Giuliano Palma, dal dub ("L'anima che tocchi") al pop-punk ("Mai").

Se non fosse abbastanza palese l'insofferenza verso l'inscatolamento in un solo genere, "Non suono indie" mette i puntini sulle i: "non ci sono nella scena in cui mi vuoi, non ci sono adesso e d'ora in poi non ci sarò mai". Lungi da noi l'idea di volerli in una qualsivoglia scena che non sia quella di chi ha la mente abbastanza aperta da omaggiare Alberto Camerini (in una versione deanniottantizzata di "Tanz Bambolina") con la stessa intelligente leggerezza con cui revisionano il folk etno-sinistroide ("Democratica"). E, perdonate la nota frivola, le ragazze hanno un look favoloso.

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