07/07/2009

C'è un rischio che si corre, quando si parla dei Giardini di Mirò: concentrarsi più sulla band (una band che è una meravigliosa eccezione, o forse più semplicemente un fatto speciale contro tanti aneddoti inutili assunti a notizie) che sulla sua musica. Ho già espresso la mia opinione sui Giardini di Mirò come modello di riferimento intellettuale nella recensione del penultimo disco, "Dividing Opinions". Dilungarmi nuovamente in territori extra significherebbe tradire il senso di un disco strumentale che nasce come sonorizzazione di un film muto. In un Paese dove la Musica è sempre e comunque relegata a spazi di arredo, ghetti chic o, meglio, frequenze neomelodiche sparate in suburbia, sarebbe davvero una colpa.

Innanzitutto, "Il Fuoco" è il primo disco firmato GDM con un titolo, come leggete, in italiano. Non era successo con l'esordio, il rotondo "Rise And Fall", né con il perentorio "Punk... Not Diet!" o il già citato, rosso, "DO". Proprio nella recensione di quest'ultimo, mi chiedevo dove sarebbero potuti andare i Giardini, dopo aver portato a compimento un percorso partito dal post-rock e arrivato, tagliando il campo attraverso la contaminazione con l'indietronica, il glitch, la sperimentazione, ad una forma canzone complessa, ma pur sempre forma.

La risposta è dentro questi 43'40''.

"Ci sono diversi motivi che spingono una band a pubblicare. Tra questi, la consapevolezza di avere raggiunto una nuova fase, un nuovo suono, una nuova alchimia di elementi". Così a giugno spiegavano il loro quarto disco, che nasce come colonna sonora del film muto omonimo, del 1915, diretto da Giovanni Pastrone e diviso in tre capitoli: "La Favilla", "La Vampa" e "La Cenere", che danno in maniera cronologica i titoli alle composizioni inedite.

Per tutti coloro che tacciavano i Giardini di Mirò di esterofilia, definendo il loro percorso totalmente avulso e anzi avverso per la cultura italiana, un'altra dimostrazione di come, vivendo in una città di provincia il cui sindaco onorario è, dal 1917, Vladimir Lenin, si possa essere italiani senza ispirarsi a Battisti, Gaetano, PFM e Afterhours.

Basta una scintilla.

L'apertura è interlocutoria, affronta lo spazio, come se una navicella si avvicinasse a te. Rivedo le gambe nude che camminano su "A New Start". Il quintetto Reverberi-Nuccini-Venturelli-Di Mira-Donadello è un respiro solo, capace dell'apnea. Ritorna la tromba di Emanuele Reverberi, entrano i violini. Tutto scorre sul filo più pungente della lana, il secolo scorso con tutta la sua insostenibile pesantezza sfida la gravità. E "La Favilla 2", forse una delle composizioni più romantiche e malinconiche, affila il pugnale dentro al cuore. "La Vampa" viene interpretata con un assalto noise in cui l'altezza della fiamma è regolata dai potenziometri degli effetti. Gli arpeggi si succedono con calore, i delay alle chitarre restituiscono una rabbia lontana.

Se le mondine avessero suonato la chitarra, l'avrebbero suonata così.

Ma questa volta è tutto un equilibrio, la schiena fa male ma sei ancora in piedi.

L'ensemble è gestito in maniera maestosa e maestrale, i venti dei distorsori entrano con eleganza a rinvigorire i non-concetti.

E' come se la struttura del film, con i suoi tempi ovviamente stabiliti, avesse levato ai Giardini di Mirò il compito di stabilire quando e come dare la chiusura ad un brano. Concedendo loro la libertà di esercitare la sintesi, la concisione, la sostanza; valorizzando come mai prima quella forma, qualsiasi essa sia.

Il risultato, acrobatico come solo le poesie sanno essere, è quello di un cuore collettivo che batte a sincrono, in cui la musica è strumento applicato al cinema, in un contesto dove non serve alcuna parola perchè tutto è già detto nei silenzi, espresso – nel caso discografico in questione – dalle dinamiche che evocano la gestualità degli attori. Tanto che a volte non serve neppure vedere.

E' musica del Novecento. E brucia ancora.

Commenti (1)

  • Marco Biasio 08/06/2011 ore 15:25 @bisius

    Li ho sempre trovati enormemente sopravvalutati, limitatamente al loro genere di appartenenza. Questo è l'unico disco che mi piaccia interamente e sulla lunga distanza, forse per quel mood un po' cinematografico e romantico che sottende parecchie espressioni al film di Pastrone. Migliorabili anche dal vivo, c'è da dire.

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