Casa Del Vento Articolo uno 2009 - Folk

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Periodicamente mi arriva da recensire un disco ascrivibile a quello che un tempo si chiamava combat folk. Quando va bene sono i Gang, quando tende al peggio sono i Modena City Ramblers o Cisco. Con la Casa del vento è un capitolo a parte. Fosse un band pop per ragazzini, il loro legame padre-figlio con i Ramblers farebbe pensare a un gruppo costruito a tavolino per sfruttare un target commerciale già identificato e sperimentato. Non è così e se qualcosa va riconosciuto al gruppo aretino è la saldezza di coerenza e buonafede, peraltro recentemente rinforzata da un'imprevista prestigiosa partecipazione al nuovo disco di Patti Smith. La Casa del Vento, insomma, crede in quello che fa. Purtroppo non basta, perché quello che fa è (ormai?) musica già sentita, al servizio di concetti male espressi e annegati in un profluvio di retorica. Questo disco è dedicato al lavoro in Italia. Tema importante, attuale come non mai e spinoso da trattare con piglio critico e originale. La Casa del Vento sceglie di affrontare la questione nel modo più facile: zero attualità, tanto racconto dei tempi passati. L'unico appiglio con il mondo di oggi è un pezzo intitolato "Tutta la vita davanti", aperto da un frammento dell'omonimo film di Paolo Virzì. Come a dire: sappiamo che parlare di queste cose è complesso e delicato, quindi invece di sforzarci a cercare una chiave nuova preferiamo sfruttare il traino di un film che quella chiave l'ha trovata. Stesso stratagemma adottato peraltro qualche anno fa dai Modena City Ramblers con "I cento passi" e segno di una incapacità di lettura e rielaborazione dell'Italia contemporanea. Lo schema si ripete con il brevissimo frammento recitato da Ascanio Celestini, un altro autore dotato di linguaggio e stile personali. Il resto del disco è una serie di canzoni lodevoli per contenuto, ma impalpabili. Genitori che parlano a figli delle lotte di decenni fa ("Figlia mia"), ricordi di vita operaia ("Quando fischiava la sirena" sulla fabbrica e "Dio degli inferi" sulla miniera) e di vita contadina ("Campi d'oro"). L'impalpabilità risiede nel fatto che anche questi brani sono a impegno zero. Impegno nel senso di sforzo, perché il livello dei testi è questo: "Col mio lavoro io prendo poco / tutto il padrone si prenderà / sono un mezzadro della Toscana / lui prende più della metà". Sotto il minimo sindacale, per rimanere in tema. Se per qualcuno è sufficiente, si accomodi. Ho qui un cd da regalare.

Post Scriptum: nell'ultima pagina del libretto fanno bella mostra di sé quindici loghi di istituzioni che hanno contribuito alla realizzazione del disco. Il folk militante come specie protetta?

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La recensione Articolo uno di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2009-11-19 00:00:00

COMMENTI (2)

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  • ilmiodiscopreferito 13 anni Rispondi

    il mio disco preferito è più simpatico.....
    ilmiodiscopreferito.it/

  • faustiko 13 anni Rispondi

    Marco Villa é il miglior "analista" sul genere, non c'è alcun dubbio! Tanto appassionato quanto lucido e onesto nel raccontare le sue impressioni... applausi!

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