12/11/2010

Mi trovo palesemente in difficoltà ogni qual volta ritorno sulla recensione di questo disco; "The colossus killed the giant" (titolo profetico se paragonato al numero di tracce di quest'album virtuale) è infatti un colosso della musica, e provare ad addentrarsi nell'ascolto di questa opera firmata da Gianluca Plomitallo è impresa ardua, considerando che la tracklist del disco é composta (tra remix e bonus varie) da ben 30 tracce.

Di fronte a tanto materiale, lo confesso, viene quasi spontaneo nutrire qualche dubbio sulla qualità complessiva dell'opera, perché in tempi di consumi fugaci e ascolti affrettati, pubblicare un doppio lp rappresenta una vera e propria pazzia! Sarà forse perché concediamo questa licenza solo ai grandi nomi (tornano in mente Trent Reznor e Billy Corgan, così come anche l'esperimento di "69 love songs" a firma The Magnetic Fields), ma il punto é sempre il solito: ha oggi l'artista coscienza dello spazio a sua disposizione? Ha senso infatti pubblicare una selezione così ampia di canzoni senza riflettere se queste siano all'altezza di sostenere il peso di un doppio album? Nel caso di "The colossus killed the giant" la risposta si orientava inizialmente su un "no" senza appello, ma la miriade di buoni (a tratti ottimi) spunti ci costringono, quantomeno per onestà intellettuale, a ritornare sulla raccolta. Che ha un suo senso e una sua ragion d'essere, anche se alla fine perde molto del suo fascino a causa dell'eccessiva lunghezza.

La scelta di inserire brani la cui resa ci pare più vicina alla definizione di demo, ad esempio, compromette il giudizio finale; se infatti un pezzo come "You make me feel alright" non fosse rimasto al suo stato embrionale, al posto di tanti eccellenti provini - sui quali cominciare a lavorare per ottenere un risultato finale di un certo livello - oggi avremmo probabilmente una selezione di canzoni strepitose. Perché The Huge ha, in sostanza, un notevole gusto per le sonorità mainstream (soprattutto per quelle che richiamano gli eighties), ma non riesce - almeno in quest'occasione - a trovare la sintesi. Eppure ha talento da vendere, tanto che al suo posto ci saremmo proposti, con questi pezzi, nel ruolo di ghostwriter per Robbie Williams o George Michael; basti ascoltare "Before", "Father", "Two", "Amor sacro", "Broken flower" e rivestirle con i suoni e la produzione dei mostri sacri tirati in ballo per avere una vaga idea.

Speriamo solo che il personaggio si ravveda in futuro, ché le doti autoriali ci sono tutte e decisamente al di sopra della media; basta solo trovare il senso della misura per confezionare un prodotto valido.

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