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RECENSIONE
16/03/2010

Un lieve frinire da field recording introduce il nuovo lavoro degli Airportman, ed ecco un'altra produzione centrata per la Lizard Records. Fin dalla lunghissima (32.45) "The Road" - primo dei due movimenti del disco - risulta chiaro come il concetto di psichedelia sotteso sia solo il pretesto per scardinare dalle basi due decenni di post rock, ripartendo irrefutabilmente dal cuore anzichè dall'asettica matematica del cervello.

Chitarre acustiche a la Papa M in reiterazione, nello scarno pastello iniziale, tracimano in un processo per accumulo fatto di archi e sussurri da theremin lunare, sax impetuoso per sonata desertica, e poi frammentazioni dinamiche dello spazio da antica elettroacustica a coniugare sottrazione e slabbramento della trama con il calore/candore di certa musica da camera svezzata dal rock - dalle parti di Rachel's e God Speed You Black Emperor. Una vasta suite che cede il passo - lasciando l'ascoltatore attonito per la tensione dell'attesa, paziente ordigno di rarefazione - al proscenio isolazionista per voce recitata nel reading di Mc Carthy, seconda traccia, su rumoreggiamenti ambientali, fruscii e glockenspiel.

Il concetto che precede l'arte, certo, che è già di per sè medium e messaggio, ma il cuore che continua a presiedere, a pulsare, mai abdicando al freddo esercizio. Ideale colonna sonora per un altrettanto ineffabile mockumentary del crepuscolo, tra deserto e cielo.

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