13/10/2010

Ultimamente, ascoltando la musica italiana, si assiste sempre più spesso al curioso fenomeno della sindrome da ultima canzone brutta. Fateci caso: l'ultima canzone di un album, quella che spesso, in un passato non tanto remoto, era un gioiellino nascosto, una sorta di premio per chi arrivava in fondo al disco, adesso è quasi sempre un tristo scarto di magazzino. Forse perché ormai nessuno ascolta più un album fino alla fine? E allora perché non fare dischi con una canzone in meno, e risparmiare al povero ascoltatore metodico certi strazi, come le rime baciate di "Paura mi fai"? Oltretutto, il pubblico a cui si rivolgono i Blastema non è un pubblico di cretini. E, per il resto di "Pensieri illuminati", il livello si mantiene sopra il dignitoso. Ma anche sotto il memorabile. Un rock classico, di quello che qualcuno ama definire viscerale, che guarda soprattutto agli anni settanta, ma senza esagerare con i virtuosismi prog, e novanta, quando appunto i suddetti virtuosismi vennero sdoganati, in una versione moderata, più sentimentale, ascoltabile anche dagli allergici cronici alle ostentazioni, soprattutto grazie a un certo Jeff Buckley. E la voce di Matteo Casadei qui spasima per raggiungere picchi alla Buckley (o Cornell, visto che non mancano reminiscenze seattleiane) però, a volte, viene da pensare più alle Vibrazioni che ai Soundgarden. Ci permettiamo quindi di dare un paio di consigli: stemperare il melodramma vocale, e puntare di più sullo sviluppo di uno stile meno telefonato: per esempio quello dell'interessante "La prima cosa", cupa come la soundtrack di un thriller d'antan, ma abbastanza misurata nell'interpretazione.

Commenti (12)

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  • iggy 12/10/2010 ore 18:20 @iggy

    ciò è un bene o un male?

  • Lago Nell' Avena 13/10/2010 ore 09:29 @lagonellavena

    ha citato anche lui le vibrazioni...anche se ha usato un po' più la mano pesante

  • Elymania 21/10/2010 ore 09:34 @elisacapitani

    anche a me non sono affatto dispiaciuti....
    appena sopra il dignitoso mi sembra un po' eccessivo:|

  • Frank Nascosto 23/11/2010 ore 07:42 @franknascosto

    Cara Letizia,

    Questo cd dei Blastema mi ha tenuto compagnia per molte ore, durante i miei spostamenti lungo le autostrade italiane, e posso dire di conoscerlo bene.
    Per questo la tua recensione mi ha stupito.
    Forse sarà la mia età, che mi porta a ricordare con un po' di nostalgia certi album dei Simple Minds, a farmi giudicare "Paura mi fai" in maniera molto diversa, tanto da considerarla quasi come la "chicca" dell'album: un brano dalle atmosfere diverse dagli altri pezzi ma non per questo meno efficace. Anzi, ammetto che a volte ho sperato, ascoltandolo, che non si trattasse solo di un piccolo gioiellino messo in fondo proprio come quando, a Natale, lasciamo che il pacchetto con il regalo più bello venga aperto per ultimo, ma che fosse il primo segnale di una futura contaminazione musicale verso un genere che si permette con ambizione di proporre un certo progressive in chiave contemporanea.

    Ma poiché mi rendo conto che queste considerazioni rientrano nella sfera del gusto personale, passo velocemente ad un'altra analisi, credo più oggettiva, che troverai sicuramente più interessante.
    Chiamala deformazione professionale, ma il fatto di occuparmi di comunicazione mi ha fatto balzare agli occhi la struttura della tua recensione.
    Infatti, ho trovato piuttosto bizzarro che la prima metà di essa (le prime 9 righe, su 21) fosse fondata sulla critica dell'ULTIMO brano.
    Dal mio punto di vista, se è giusto criticare un film quando la fine è disastrosa, iniziare la propria recensione con una dura critica dell'ultimo pezzo è un po' come dare un giudizio alla galleria di un pittore scrivendo: "L'ultimo quadro non mi è piaciuto".
    Mi pare un approccio amatoriale.

    E poiché ti sei ostinata per quasi metà recensione nella critica di quell'ultimo brano, mi permetto di proporti su di esso una prospettiva diversa.
    In breve, mi pare chiaro che il mood di "Paura mi fai" fosse quello di una fiaba nera, allucinata e distorta. Ecco che allora un dubbio prende forma...
    Forse la semplicità ripetitiva del brano è un esercizio di stile voluto e ricercato.
    Forse anche le rime baciate, che tu hai sbefeggiato, sono una scelta precisa ed efficace a supporto della suggestione che il brano regala. È proprio grazie alle rime baciate che il brano acquista il sapore di una filastrocca rock, come se a cantarla fosse Cappuccetto Rosso dopo aver bevuto un bicchiere di assenzio. È quest'atmosfera che rende il pezzo per me irresistibile: un affascinante gioco di stile con musica e parole perfettamente allineate, in una ricerca emozionale a mio parere piuttosto raffinata.

    Forse questa raffinatezza ti è sfuggita. Mi chiedo solo se la cosa sia successa in totale buonafede. D'altra parte, ci sarà qualche motivo se il buon vecchio Sting, nel suo epico "Saint Augustine in Hell", mette voi critici musicali in un girone dell'inferno, assieme a cardinali, arcivescovi, ragionieri ed avvocati... :)


    (Messaggio editato da franknascosto il 23/11/2010 07:46:24)

  • Cash nella Pelliccia 09/09/2011 ore 15:28 @ivenus

    i Blastema spaccano i Culi altrochè.
    il Casa ha una voce della stramadonna. andate su questa via e continuate a fare il cazzo che volete!

    Cash nella Pelliccia

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