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album Ladro di rose - Piccola Bottega Baltazar

recensione Piccola Bottega Baltazar Ladro di rose

2010 - Cantautore, Folk, Acustico

RECENSIONE
05/05/2010

Questo è un disco che apre delle strade. E perciò è un disco importante, oggettivamente importante. Perché partendo dalle sue granitiche radici fatte di folk e canzone d'autore, la Piccola Bottega Baltazar apre non solo se stessa, ma il genere tutto a contaminazioni inedite. Con cosa avete trovato imbastardita fino a oggi la canzone d'autore? Il jazz? L'etnica? Il combat rock? Tutto esatto, tutto bene, tutto già visto. Ma qui invece ci sono la dance, il rumorismo, la colta contemporanea, il minimalismo elettronico, finanche accenni di musica concreta, perfino indie e surf. E già basterebbe questo per dare alla PBB i giusti e meritatissimi Tenco, Ciampi e compagnia premiando. Ma il punto è che queste contaminazioni hanno una ragion d'essere sia nella ricerca che da anni porta avanti l'ensemble padovano (partenza dall'omaggio a De André, prosecuzione attraverso lo studio delle forme musicali del passato, l'anacronismo alla Penguin Café Orchestra dell'ultimo cd, "Il disco del miracoli") sia nel motivo che la sostanzia: capire il presente guardandolo dal passato, dalle radici. Così "Ladro di rose" è un'indagine su tutto ciò che disumanizza vite, rapporti sociali, rapporto col passato e distrugge natura, ambiente, paesaggio. Ecco quindi brani come "Nostra signora delle antenne" (introdotta da una poesia trovata in tasca al migrante afgano Zaher Rezai, alla cui memoria il disco è dedicato), in cui la radice di De André ("La buona novella" come disposizione d'animo, forse; "Giugno '73" per il clima musicale) dà vita a un ritratto della società tutta, dominata dalla tv di massa, a una preghiera non si sa se beffardamente blasfema o comunque pervasa di pietà per chiunque. Ed ecco la storia sbagliata, ma sbagliata davvero, de "La donna del cowboy", dove la marginalità sociale e culturale intreccia storia d'amore e di rivalsa attraverso il crimine organizzato (ed ecco la scelta di contrabbasso e batteria dance, delle fisarmoniche che mimano tastierine electro, della citazione parafrasata della poppissima e trash "Sarà perché ti amo" dei Ricchi e poveri nel finale). Ecco che la distruzione del paesaggio descritta in "Ossigeno" si sostanzia di un finale martellante che viene giù da colta contemporanea e musica concreta. Ecco che la volontà di far rivivere l'umanità cordiale di un passato forse mitico, chi lo sa?, ma migliore anche solo nella sua idealizzazione fa nascere sul finale della folkissima "Le rose d'ogni mese" un coro splendidamente cialtrone alla I'm From Barcelona, che torna come un leitmotiv alla fine di "San Martino", brano finale e augurio di ritorno a paesaggio, ambiente, vita di un tempo, ma stavolta cantato alla Beach Boys di "God Only Knows", dopo che il brano ha spaziato dal folk al pop rock anni '70 (un plauso, per tutto il disco, alla produzione artistica di Carlo Carcano, di solito arrangiatore di Morgan). E questo lavoro intenso, profondo, meditato di scavo, sottrazione e imbastardimento della forma musicale (perché il mondo nuovissimo in cui viviamo è imbastardimento, nella doppia accezione di corruzione e possibilità vitale al tempo stesso) ha un suo corrispettivo sul lavoro sulla lingua che la PBB compie e ha compiuto sulla lingua. Volendo raccontare il mondo usando come osservatorio la propria terra, il Veneto, non si può non passare dal problema della lingua, che spesso è l'italiano, ma spesso è quel veneto imbastardito, appunto, con l'italiano che si parla oggi tra Adige e Livenza, e che la PBB adotta depurandolo dalle sue forme più grevi in una sorta di petrarchizzazione del linguaggio al fine di rendere poeticamente cantabile la realtà. Nel genere, avanti come la PBB oggi, in Italia non c'è nessuno. Se non le date il Tenco, sparo.

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