15/09/2010

Nei giorni impossibili di pioggia e freddo inatteso, di imprevisti e risposte sbagliate, nei giorni in cui le più semplici operazioni matematiche non danno il risultato giusto o semplicemente sperato, nei giorni da cancellare vorrei comunque pensare che va tutto bene, aggrapparmi al bel tempo o a un piccolo gradevole incontro, ma sarebbe soltanto una brutta e stonata forzatura atta solo a barare. E a che serve, alla fine, barare se nel mazzo la carta necessaria per le tue combinazioni vincenti questa volta non c'è. Nei giorni d'un grigio pesante vorrei pensare che dall'incontro di Marlene Kuntz, Gianni Maroccolo e Howie B debba necessariamente uscire qualcosa di favoloso, trascinante, bello come il nome del progetto ispira e impone, ma in questo caso, oltre a mancare il jolly, le carte sono mescolate in modo poco comprensibile.

Questo album nasce da un incontro in un teatro e dall'improvvisazione che segue, e ciò che non mi è chiaro è se la variegata composizione a incastro dei brani sia estro che s'alza libero o puro frutto di studi e riflessioni, se è davvero possibile che, tra i pezzi cantati, siano presenti classici archetipi kuntziani ("Pow pow pow" e "I can play and I don't want too") accanto ai ritmi blues ammiccanti di "What's my name" e soprattutto al singolo "In your eyes", hit piaciona per circuiti radiofonici internazionali che non rappresenta in alcun modo il disco come un primo estratto dovrebbe degnamente fare; a queste s'aggiunge il lisergico omaggio ai Jefferson Airplane con "White rabbit", scelta ingegnosa per giocare di rabbia e gola su un classico che ancor prima di essere interpretato porta con sé valenze e suggestioni.

Tutto il resto si riduce a peregrinazioni scabre e minimali nella psichedelia, lenti passaggi da una stanza a un'altra, da un abbraccio a un altro ma un abbraccio che non stringe abbastanza, session mentali e claustrofobiche dotate di sezioni ritmiche a volte, di misura fin troppo misurata o eccessiva all'opposto, e le cavalcate sensoriali come "Suzuki" e "Giorgis" risultano al fine più esiziali che profonde. Probabilmente il senso di spunti validi e ottimo materiale umano si perde in un lavoro che è solo musica quando, per esprimersi al meglio, avrebbe bisogno di posti a sedere e vuoti d'aria e ombre, percorsi visivi e arte tridimensionale, persone in piedi o sdraiate o comunque immagini, altrimenti il lessico diviene indecifrabile e tendenzialmente stanco. Nella filologia kuntziana come chiodi o incisioni nel marmo a futura memoria troviamo spesso recherche de l'avantgarde e fuga dai clichè, il non bello ma intenso o il non facile ma durevole, ma "Beautiful" si risolve in un pasto ben cucinato e mal servito che mostra inoppugnabilmente la Passione di chi suona ma non centra il puntino rosso di chi ascolta, mescolando carte diverse tra l'intenzione e il caso senza riuscire a ottenere la combinazione vincente.

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La recensione Beautiful - Recensione - Beautiful di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 19/07/2019

Commenti (15)

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  • Faustiko Murizzi 15/09/2010 ore 12:12 @faustiko

    Recensione ineccepibile!
    : verissimissimo!!!

  • michele fontana 17/09/2010 ore 11:39 @combat

    perchè in italia i vecchi si ostinano a rompere i coglioni rimescolandosi e rinventandosi come i partiti politici invece di dare il meritato spazio ai giovani?
    è così brutto andare in pensione?

  • akoros 17/09/2010 ore 23:44 @akoros

    ...come di sdegno...

  • leo brazow 19/09/2010 ore 11:49 @leoge9se

    Hai completamente ragione, Non mi da fastidio il fatto che i Marlene suonino ancora, ci mancherebbe, ma il fatto che facciano uscire un disco dei Marlene, suonato dai Marlene, con pezzi alla Marlene più qualche tunz tunz qua e la, e che dicano di essere la novità

  • Mirko sasa 21/10/2010 ore 01:15 @vile81

    Amo Marlene e amo Maroccolo, però penso che in Italia già ci sia Giovanni Ferrario che è abbastanza bravino ^^;

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