Dance for burgess
SSA 2010 - Punk, New-Wave

SSA

Certe tensioni si risolvono soltanto piegando la testa a tempo e continuando a fissare un monitor che riproduce sagome in continuo movimento tra giochi di colore e totale assenza di luce, contrazioni nervose che sottendono abilità in evoluzione, la quiete in potenza che può trovarsi solo dopo rabbiose peregrinazioni.

E' inutile pensare a punti di riferimento quando il senso più immediato che si percepisce è una dolcissima iconoclastia, un amore corrotto, una lunga storia che finisce per andare avanti, per andare meglio. E in un ambiente piccolo e circoscritto si diffonde con la musica un umore, e uno stile talmente scabro e sostanziale da spiazzare chi ascolta, perché questo disco è un adorabile pugno nello stomaco, un crudele incanto, è inquietudine estatica che gira e gira fino a confonderti. Un po' come quel tipo di donna forse non bella che però non smetti di guardare, questo lavoro affascina sin dalle prime note con un approccio roccioso e fumante, coinvolge in pieno e funziona, perché un campionatore innaffiato di basso e forza primordiale può generare lo stato di grazia post punk e questo accade in "SSA", con una semplicità quasi inattesa, con pochi tratti incisivi e asciutti, nulla di superfluo,basic nella struttura e tanto più essenziale nel modo.

Ciascun brano è in grado di creare figure geometricamente perfette, colme di spigoli e attriti continui, con una sezione ritmica che irrigidisce la schiena e sposta il baricentro del corpo, muscoli sotto pressione, dita contratte, e oltre i vetri non può che piovere. Nell'ambiente in accesi toni di grigio troviamo la cattiveria pulita dei Cure di "Killing an arab" ("Rats") e il fardello di aspre solitudini di "A means to an end" dei Joy Division ("I'm wired"), la gola evocativa degli Altro ("M.I.A.") e un'assoluta visione manichea che porta tutto al bianco e nero, a una sorta di resa dei conti che pare infinita  e produce ansia e attenzione. La linea evidente che riconduce agli anni ottanta è netta e ben disegnata e dà ossigeno a certa memoria senza tornare indietro, necessaria per abbracciare una tendenza e rimodellarla con passione, una passione che viene continuamente fuori ascoltando i Dance for Burgess, una vena comunicativa che non smette mai di tenerti in contatto col suono, e il post punk non resta una casella dove inserire un nome, ma si fa nero a volte, si fa new wave e persino ballabile ("Toyshop"), spingendo il basso padrone della scena a mutamenti che lo rendono ruvido e poroso e acciaio, con voci effettate e contratte che si muovono in direzioni più violente e sostenute. L'istinto primario è quello di mettere un paio di vecchie scarpe, tirare su il cappuccio e muoversi lentamente nei viali spogli dell'autunno inoltrato, assaporando i contrasti fatti di rami e foglie e ripensamenti, senza trovare una risposta esatta ma con milioni di stimoli lungo la colonna.

Nella scena post punk / new wave italiana che si va delineando con precisione negli ultimi anni i Dance for Burgess occupano un posto centrale e lucido, conquistato con un lavoro di grande seduzione, ossuto e gelido, da ascoltare ancora e ancora mentre dentro e fuori piovono cristalli di ghiaccio, tra i fraintendimenti di un amore corrotto, e una lunga storia che finisce per ricominciare nel freddo. 

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