08/11/2010

Sventoleremo le nostre radiografie per non fraintenderci.

Ma basterà?
Ognuno vede sempre e solo quello che vuole vedere. E sente solo quello che vuole sentire.
Così questo 2° attesissimo disco de Le Luci Della Centrale Elettrica e ognuna di queste 10 canzoni: quanti malintesi si porteranno dentro, quante epifanie, quanti sbattimenti, quante rinunce, quanti slanci, dentro quante lettere d'amore scritte al computer(che ci fregano sempre) finiranno?
Per tradirsi per brillare come le mine e le stelle polari.
Ci fraintenderemo eccome, te lo dico io, adesso che quando ci parliamo i nostri aliti fanno delle nuvole.
Che bello questo disco. Iniziamo?
Falliscono le compagnie aeree le banche le case discografiche, e chi se ne frega...
Musicalmente è una riconferma del precedente, oltre che un arricchimento ulteriore. A questo giro c'è una vera e propria "orchestrina distorta" a tessere la trama delle canzoni: Stefano Pilia (dei Massimo Volume), Rodrigo D'Erasmo (degli Afterhours) ed Enrico Gabrielli (già con Calibro 35, Vinicio Capossela e Mike Patton), oltre a Giorgio Canali a bere pastis nelle retrovie come un anarchico padre spirituale. Produce ancora il collettivo La Tempesta. Non si cerca di stravolgere niente, semmai di riconfermare approfondire ribadire: tutto è in equilibrio perfetto, anche le (poche) sbavature, anche le (piccole) ingenuità, con (in più) delle soluzioni inedite tipo il crescendo di "Per respingerti in mare" che è da togliere il fiato.
E poi i testi, quei testi per cui il progetto Le Luci è tanto amato/odiato, ormai addirittura a priori. Che hai voglia di sgolarsi nel microfono non c'è niente da capire non c'è niente da capire non c'è niente da capire, da capire ce n'è eccome in un disco delle Luci, a partire dal titolo preso in prestito da una frase di Leo Ferrè, e poi brandelli e citazioni di canzoni, libri, film e quant'altro (Tondelli, De Gregori, CCCP, De Andrè, Pasolini, etcetc). Ma attenzione non è un frullatore, assolutamente, semmai è il tempo che viviamo ad essere un frullatore e la realtà in cui viviamo un Blob (e le repubbliche democratiche fondate sui telespettatori). E quello che fa Vasco Brondi, è come tuffarsi in questo blob-flusso, in queste scie elettroniche, come un sub in apnea, muovendosi a diversi livelli di profondità, di onde, di correnti, di depositi, e riemergendo, con le immagini che gli rimangono, selezionate come fotografie digitali, o attaccate addosso come alghe, riproduce/riscrive le sensazioni dell'immersione. Canti di sirene e pubblicità comprese. E se vi sembra troppo naturale come visione traslate il tutto nella variante sintetica delle onde, ovvero il flusso mediatico che è la nostra realtà. E se vi sembra troppo poetica l'immagine del tuffo pensate a un'antenna, ferma in mezzo a un temporale alle nuvole a flussi di informazioni. E captare tutto questo contemporaneamente, e decifrarlo. Perchè bisogna essere un'antenna particolarmente sensibile per intercettare il codice cifrato di questi confusi anni zero. E poi riuscire a riprodurlo senza snaturarne l'essenza.
Parlavamo delle nostre interiorità come fossero delle metropoli
Provate a vederla così: come un cervello/computer sovraccarico dai miliardi di input della giornata che di notte si riformatta, mette ordine, stila lunghi elenchi di cose-fatti-suggestioni-luoghi-persone, come righe di codice, appunto, come se quello che ci gira attorno non fosse la Vera Realtà ma Struttura (Matrix docet) e non abbiamo pilloline rosse o blu per capirla, ma canzoni-flussi, perchè siamo e restiamo esseri umani, per un malinteso senso del progresso.
Poi si potrebbe fare i fighetti intellettuali e tirare in ballo la società liquida di Bauman, i non-luoghi di Virilio, la morte della realtà di Baudrillard, si potrebbe, ma non serve a nessuno, sarebbe come sovraccaricare il discorso e distogliere l'attenzione da cosa rende queste canzoni così importanti: l'Umanità. Perchè è tutta lì la forza e la bellezza delle Luci Della Centrale Elettrica, l'umanità straripante, a tratti struggente, l'empatia che si sprigiona naturalmente con chi ha anche solo un barlume di sensibilità. Come se nel deserto devitalizzato di queste nostre città, nel blu oltremare delle nostre anime assiderate, nelle bolle di vetro delle nostre solitudini, Vasco riuscisse a fare definitivamente breccia, con i suoi flussi di immagini che toccano i nervi o tendini o muscoli o ventricoli, rivitalizzandoli, elettroshock emotivi, che ci metteremo a tremare come la California amore, nelle nostre camere separate, a inchiodare le stelle a dichiarare guerre, a scrivere sui muri che mi pensi raramente, che ci fregano sempre. e questa, volente o nolente, si chiama "poesia". Poi qualcuno per sminuire dice pagine di diario di un qualsiasi adolescente. e sticazzi. a parte che nè io nè i miei compagni di classe scrivevamo così (e più in generale non mi sembra che attualmente nelle scuole d'Italia il livello sia altissimo), anyway, semmai delle ipotetiche pagine di questo ipotetico diario hanno la forza, il coraggio, la purezza e l'intransigenza. Cioè la Bellezza. E soprattutto uno stile proprio. Uno stile personale al 100%. Fin dal primo disco (e se questo disco è simile al primo tanto meglio, vuol dire che il primo non era un caso ma l'inizio di un progetto di spessore). Perchè un altro merito che va riconosciuto alle Luci è quello di aver a suo modo contribuito a definire sempre più un genere: il cantautorato punk, cioè aver preso gli stilemi del cantautore e quelli del punk e, come lui stesso tiene a spiegare (vedi intervista), aver fatto cortocircuitare questi 2 mondi all'apparenza agli antipodi (aggiungo solo che prima delle Luci qualcosa del genere lo troviamo già in Fiumani, nel primo Bugo e in Babalot. oltre che ovviamente nell'approccio radicale alla forma canzone degli imprescindibili CCCP e Massimo Volume).

Insomma, sembra non ci siano (quasi) melodie eppure ci sono (quasi) canzoni. E' tutto lì, tutto in quel (quasi). E a noi, sarà perchè siamo (quasi) adatti, piace da impazzire.

Punto.

E per ora noi la chiameremo Felicità.

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La recensione Le luci della centrale elettrica - Recensione - Per ora noi la chiameremo felicità di Stefano 'Fiz' Bottura è apparsa su Rockit.it il 23/07/2019

Commenti (58)

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  • Cesar P. 15/02/2011 ore 13:58 @cesareparmiggiani

    Si, ma non mi pare di aver mai dato la colpa a lui...



    Per quanto riguarda la voce, sono gusti, effettivamente non è una brutta voce... però il discorso dei testi è diverso: possono anche essere interessanti, ma quando li canta non si capisce una fava, è un'esperienza imbarazzante: senti uno che si lamenta e non capisci neanche bene cosa dice... poi la metrica non so bene dove la trovi, visto che la costruzione armonica è praticamente inesistente.



    Si si, ma la voce ci potrà anche stare...



    Qui la questione è però diversa... sembra un chitarrista da oratorio. Come dici tu, la tecnica e i numeri sarebbero superflui... a me basterebbe trovare qualche idea interessante... però gli si perdona tutto....



    Si, è vero, questo secondo disco è leggermente più curato... forse il prossimo disco sarà ancora meglio e potrò iniziarlo a considerare... anche se Vasco, dalle sue interviste, fa capire che lui continuerà a fare la sua roba... poi Canali si fa anche un po' di pubblicità a produrre sta roba... cioè, si fanno pubblicità a vicenda.

    Si, questa roba mi sembra solo marketing, vendere merce, niente di più... perchè è vero che quando si parla di musica si parla con il gusto, ma sentire la critica che parla bene di sta roba e la pompa a tutto spiano, mi fa venire i brividi dietro la nuca...



    Potevi trovarmi un paragone migliore? I CURE?!?!? Eh vabè a sto punto tutti hanno dei limiti! Mi pare che vasco però ne abbia molti molti molti molti di più....



    Esistono limoni più profumati di questo che vengono gettati via con più negligenza.



  • giacomo razzolini 15/03/2011 ore 21:47 @geigei

    comunque.
    riesce a intersecare in maniera direi decisamente originale e personale un microcosmo intimo e un cosmo a dir poco reale.
    A quella lei immaginaria e battagliera.
    tipo un nuovo dizionario d'amore e disperazione.
    in culo al suono.

  • Marco Biasio 06/06/2011 ore 18:41 @bisius

    Aspettare quasi tre anni per ritrovarsi la fotocopia del primo disco, con arrangiamenti ancora più leccati, micro-variazioni strumentali (un violoncello, sì, e poi?) e brani suonati tutti... con gli stessi accordi? le stesse melodie? Macchè: la stessa cadenza. Una roba da Fuci. Personalmente salvo solo "L'amore al tempo dei licenziamenti dei metalmeccanici" e senza remore butto tutto il resto nel cesso. Se questa è l'Italia musicale che lavora nell'ombra, mi rimetto al sole.

  • Achab 22/06/2011 ore 00:06 @achab

    Ragazzi, ma dove cita De André???

  • Karel Zeddandoddo 17/11/2011 ore 06:52 @karel

    Io non sono un fan di LLDCE. Ma gli riconosco ragione d'essere. Credo che anche se non lo si incensa, c'è da rispettarlo. E' un artista che canta la sua visione del mondo. Poi son d'accordo sul fatto che è stato sopravvalutato. E secondo me la cosa non gli ha fatto bene, e forse questo secondo disco ne è la prova. Ricevere uno schiaffo aiuta a rimboccarsi le maniche. Forse gli avrebbe fatto bene un flop come inizio, e il secondo sarebbe stato un album diverso. Ma alla sua età, ricevere un tale rapido successo, essere chiacchierato ovunque, finire in tv, essere detestato o adorato come un neo-deandré o neo-degregori, lo ha probabilmente messo all'angolo, e in un qualche modo "costretto" a ripetersi. Oh, chissà, magari al terzo caga una viola come Rimmel. Personalmente gli consiglio di migliorarsi come chitarrista, e come compositore soprattutto. Cioé secondo me ha molto lavoro da fare. Il suo successo non mi conferma nulla, se nonché molti Italiani sono disperati e in quei testi cupi e disillusi si sono sentiti "capiti" o "citati". Ma c'è già stato di meglio, più ampio, più innovativo: http://www.youtube.com/watch?v=lJ0htdRIdBY

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