27/04/2011

Confidenziale. Così è la strada percorsa da Stefano Amen in questo lavoro, che evoca grandi città mentre con la testa siamo ancora seduti nel bar del paese ( "la mia piccola città nativa… sembrava che solo lei mi capisse"), a chiacchierare di giornate spese, pensieri spruzzati e considerando le cose così come arrivano, lentamente.

La struttura è essenziale e poggia sulle morbide linee di chitarra di Paolo Spaccamonti, paesaggi country e passaggi d'armonica si sposano alle maniere profonde da cantautore, potremmo citare Johnny Cash o altri eroi americani o ancora schiere su schiere di riferimenti nazionali, ma la percezione di base è che le parole abbiano il sopravvento sulla musica, scrittura interessante e personale, badiamo alle rime e ai concetti e ci abbandoniamo indolenti in quel bar dove si passa tutto il tempo a consumar bicchieri ("chi non beve del vino o liquore spesso è scontento") e ad ascoltare una voce che sa abilmente raccontare, e la lasciamo fare. E mi chiedo cosa sia che mi spinge ad ascoltare "Crack" decine di volte se poi in fondo è una canzone semplice: sarà proprio per quello, per quel perfetto intonarsi in sincronia con i tergicristalli usurati, con lo scorrere delle tende sui binari e col mio dito che solleva continuamente gli occhiali.

La grande capacità di questo disco sta proprio nel riempire gli spazi che dobbiamo riempire, è il gradino che manca, è la sensazione che si ha l'ultimo giorno di ferie e magari piove anche, ma in fondo che importa, qualcosa sarà pure dalla nostra parte.

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La recensione Stefano Amen - Recensione - Berlino, New York, Città del Messico di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 23/08/2019

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