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RECENSIONE
23/05/2011

Esemplari nel miscuglio di culture e suoni, danno linfa vitale e interpretazione brillante a un pastiche sonoro che è punto d'incontro fra miriadi di generi musicali possibili. Gli Arbe Garbe arrivano al loro settimo lavoro, strappando ai Mano Negra l'idea dominante del pentolone ribollente di una personale patchanka e facendo così confluire nello stesso progetto musicale punk, folk, free jazz, il cantato multilingue, il gusto per l'iperrealismo e il combat rock come narrazione e pratica necessaria.

Il friulano, l'italiano e lo spagnolo, sperimentano codici e confini, divorando le ispirazioni e misurandosi sempre con gli incroci stilistici, la malarazza, i semi musicali più imbastarditi. Sono strumentisti acrobati, capaci di dosare bene tutti gli ingredienti, in un meltin'pot coinvolgente, che ha fra i suoi pregi migliori ineccepibili climax ritmici e parole sottopelle che non ti aspetti.

Esoterici e destrutturanti, mantengono inalterata la capacità di essere sempre in costante tensione verso contaminazioni da vertigine.

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