22/07/2011

Fabio Zuffanti ci offre con la "La foce del ladrone" il suo personale tributo a un album feticcio di uno dei suoi autori feticcio. È pleonastico dirlo, perché avete capito già di chi si tratta: "La voce del padrone" di Franco Battiato, omaggiato in mille particolari, dal gioco di parole del titolo (in cui il ladrone si suppone sia autoironicamente Zuffanti stesso, data l'assenza di altri riferimenti), all'artwork del disco stesso, estremamente debitore a quello di Francesco Messina, ad alcuni titoli (scorrete la lista), a piccoli rimandi in diversi punti dei testi e delle musiche. Un modo scanzonato e citazionista per annunciare il proprio album pop, dopo anni di militanza prog ed elettronica.

Ovviamente Zuffanti neppure nei suoi sogni più segreti si augura di ripetere l'exploit epocale raggiunto da Battiato nel 1981/1982. "La foce del ladrone", volutamente retrò e citazionista, sa di molta musica leggera italiana 1977-1981 disco e new wave oriented, sfoggiando un tono generale che nei casi migliori ricorda quello che hanno già fatto La Sintesi, Lele Battista, Megahertz e i Versus. Nei casi peggiori, e spiace dirlo, il risultato ricorda i migliori Audio 2, come in "La musica strana": il che non è certo un complimento, mi rendo conto. Sarà che altri (i citati) hanno già fatto dischi migliori nel solco dell'ammirazione per Battiato, ma "La foce del ladrone" delude parecchio.

I testi, così (volutamente) prosastici e quotidiani, nonostante l'immagine iniziale tratta nientemeno che dal filosofo francese Henri Bergson, non raggiungono mai la poesia (che può essere benissimo prosastica e quotidiana: solo che qui latita e basta): Zuffanti non riesce a costruire possibilità di identificazione per l'ascoltatore, l'intravedere significati generali validi per altri al di fuori di lui. Inoltre, il tono della musica, come in "Se c'è lei", pare richiedere discorsi più alti. Il disco non è brutto, per carità: ma, per i difetti sopra elencati, semplicemente non lascia il segno. Prodotto che vuole essere pop, ma manca del requisito fondamentale per ogni canzone pop che si rispetti: l'"hook", il gancio, che si imprime nella testa dell'ascoltatore.

Che poi è un fatto di magica complementarietà tra parole e musica: dove la musica non è male da un punto di vista pop (pur mancando del gancio), come in "Una nuova stagione", le parole non si adattano, se non parzialmente, ad essa. Se poi paragoniamo questo album a quello altrettanto recente di Fabio Cinti, che si muove nelle stesse coordinate, il risultato è impietoso. Vanity project? Divertissement? Disco di transizione che mostra troppe cose non messe a fuoco? Speriamo in prossime prove all'altezza delle aspettative.

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