22/04/2011

E all'improvviso è di nuovo il 1991. Vent'anni di rock ancora da scrivere davanti, di mode da cavalcare e di tendenze da disprezzare. Un reset totale per riprendere il discorso nel cuore dell'incendio, quando il peso specifico delle canzoni si misurava in distorsioni dalle manopole ruotate a destra. Se fosse davvero possibile, il richiamo della foresta dello shoegaze sarebbe un tamburo tra cuore e cervello, cui rispondere prendendo una chitarra e suonando rock'n'roll alla maniera degli introversi: ingobbiti e con lo sguardo che atterra sulla pedaliera.

Quello che hanno fatto i campani Stella Diana, che con "Gemini" hanno prodotto un disco che suona shoegaze come mai nessuno aveva fatto in Italia. Questi quattro musicisti sanno esattamente ciò che vogliono dai loro strumenti e tirano fuori sonorità che sono esattamente come devono essere. La voce che canta da lontano versi in cut-up come se stesse tre metri sotto il resto della band. I due chitarristi che sembrano orchestre a sei corde che avvolgono i brani con ultrafuzz pesantissimi e sgargianti. La sezione ritmica che fa gara a sé e sfoggia inventiva e personalità all'interno di nove brani caratterizzati da un quattro quarti standard e segaligno. "Shohet" è il pezzo d'apertura e il manifesto di un approccio che qualcuno definirebbe antimoderno, probabilmente a ragione: ci sono tutti gli stereotipi del caso, dai My Bloody Valentine ai Cure, nomi che accarezzano l'adolescenza perduta dei trentenni di oggi dal lato giusto dei ricordi. Eppure l'ispirazione è enorme, perché non c'è una nota fuori posto e perché in tre minuti gli Stella Diana fanno da colonna sonora a una nicchia generazionale che vent'anni fa era sopraffatta dal grunge e che oggi ascolta i Drums sbuffando insoddisfatta.

"Gemini" è un bel lavoro. Perfino quando prova a mostrarsi sbarazzina, suscitando più dubbi che consensi, la band riesce comunque a fare quel colpo di reni finale in grado di rilanciare la posta in palio ("Happy Song"). Alcuni potrebbero restare perplessi di fronte a un recupero così filologico di un genere come questo. Ma la verità è che oggi in Italia nessuno suona shoegaze con un'autorevolezza simile. Sul serio.

Commenti (3)

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  • leo 22/04/2011 ore 14:00 @leo

    Bello Bello Bello
    Grazndi Ragazzi, ogni tanto per fortuna
    ascolto qualcosa che non mi annoia.
    Vi Aspetto a Palermo

  • Carlo Pastore 26/04/2011 ore 20:45 @carlo

    gli Yuck d'Italia. bravi.

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