Pineda
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21/06/2011

Il tempo che ritorna sereno dopo la burrasca. Premuto il tasto stand-by all'esperienza decennale dietro il moniker Moltheni, Umberto Giardini rimescola le carte del suo presente musicale, reinventandosi in un progetto sonoro che di nome fa Pineda e che prende letteralmente le distanze dell'albero genealogico della forma canzone all'italiana. La rimessa in gioco laterale con due fedeli compagni (Marco Marzo Maracas alle chitarre e Floriano Bocchino al piano Rhodes ), abbattendo barriere di ruoli e generi e mettendosi stavolta dietro una batteria per scandire il ritmo di una nuova stagione.

Dimenticate per un momento la narrazione vocale, la modulazione interpetativa, i chiaroscuri, le zone d'ombra e "Lo Splendore Terrore", che hanno approntato un marchio a fuoco nella riconoscibilità e il pregio del musicista marchigiano. Perchè i Pineda si muovono su una traiettoria diametralmente opposta rispetto al vissuto moltheniano: ovvero quella di un progetto fieramente strumentale, che riesce a far duellare post-rock e prog, in modo insperabile.

Interpreti magistrali di brani androgini, ora proiettati verso le ambientazioni sonore fatte di reiterazioni e lunghe code strumentali, ora verso allucinazioni musicali di matrice lisergica; arrivare al cuore di questi sei brani significa sintonizzarsi e lasciarsi trasportare da un flusso di trance musicale rigogliosa che è quella che il power trio tratteggia pezzo dopo pezzo in questo esordio famelico.

Vorticose ascensioni di riff, livelli volumetrici di temperatura sonora, l'acutezza di stare il più lontano possibile da figure abusate, l'alternarsi fra fragili scorie chitarristiche, tessiturali e oceaniche e millimetriche esecuzioni intrise di compatezza e geometrie. L'uncino del suono è legato carnalmente al post-rock di scuola americana degli anni '90, fra John McEntire e i Tortoise, ma il basamento prospera sulla furia psichedelica, in costante ascesa verso il progressive di scuola Emerson Lake & Palmer. Produzione eccellente e un consistente anticipo in termini di dinamismo e intensità sonica, fanno di questo lavoro un sommovimento musicale, così ricco di stratificazioni e di tale rigore formale, da rimanerne piacevomente sbalorditi.

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