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RECENSIONE
20/06/2011

Della serie, il tutto è più della somma delle parti. Quando sono usciti i primi tre video, io, e tantissimi altri – più o meno fan dei Club Dogo – abbiamo pensato la medesima cosa, ovvero: Guè Pequeno, come rapper, è finito! E invece no. Cazzo. Invece no. La testa stilisticamente più pensante del cerbero che si è mangiato il rap milanese (potranno pure starvi sul cazzo, ma è così) esce oggi con il suo primo album solista al top della forma, forte di un bagaglio di esperienze di vita e di rap che in Italia in pochi possono vantare, a prescindere dai gusti. "Il Ragazzo D'Oro", e qui torniamo alla frase di partenza, nonostante alcune tracce non proprio riuscitissime, nel complesso, è il miglior disco targato Dogo Gang da un bel po' di tempo a questa parte, in cui finalmente tornano a brillare quelle qualità che avevano imposto la crew milanese come la più conosciuta e seguita in Italia.

Partiamo dalla title-track. Beat americanoide dei 2nd Roof, strofa strascicata e slow-maniacale di Gué, e, ultimo ma non ultimo, delirio totale di Caneda: un minuto e mezzo di (neanche) rime che si chiudono con la parola "bianco", il top della weirdness per uno dei pezzi rap italiani dell'anno. "Il blues del perdente", e qui arriva il bello, è invece un tuffo nel passato. Una delle peculiarità del disco, infatti, è quella di essere molto variegato a livello musicale. Qui il beat è di Shocca, ed è un grandioso boom bap jazzato molto anni Novanta, su cui Guè snocciola un flow da sapore vecchia scuola in realtà molto innovativo. Sempre dai Nineties, su "Dichiarazione", troviamo Fritz Da Cat, che produce un classico beat basato su un sample d'archi trasfigurato in chiusura da un ottimo reese drum & bass, in pratica: una bomba. Un altro brano notevole è "Pillole", con Duellz, della Blocco Recordz. Poi sono da segnalare "Figlio di Dio", con beat di Bassi Maestro; "La G la U la E", prodotta da Zonta; e "Non mi crederai", ancora assieme a Caneda, ancora con un'altra grande strofa espressionista.

È strano, ma i brani migliori sono proprio quelli meno Dogo-oriented, forse perché quel tipo di sonorità ha un po' stancato, visto anche la sovrapproduzione. Guè Pequeno come al solito alterna momenti di pura zarraggine ad episodi più intimi e personali, da cui traspare un vissuto molto più complesso e profondo di quel che si crede (ma d'altronde non si è artisti senza gli effetti collaterali). Il disco funziona alla grande e piacerà sia ai Dogo fan più incalliti, sia a quelle teste hip hop che, negli ultimi anni, per varie ragioni, hanno smesso di seguirli. Un buonissimo disco di rap italiano, quindi, di quelli che tengono alto lo standard. Ed è questo, soprattutto oggi, quello che conta davvero.

Tracklist

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Commenti (2)
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  • Enrico Piazza 20/06/2011 ore 14:00

    Vero, non me lo aspettavo

    > rispondi a @enricopiazza
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