04/10/2011

Ho sempre amato La Settimana Enigmistica, mi ricorda delle cose di quando ero bambino. Avevo (ed ancora ho, fortunatamente) questo zio, lo zio di mia madre, che ogni qualvolta lo si andava a trovare, dopo aver consumato il sacro rito degli amari, si perdeva nella stanza di fronte per uscirne poi con questa pila di giornali pieni di quadrati, incroci, definizioni e cornici astratte. Si sedeva vicino a me e - con un rigore e una metodologia da prof. di matematica qual era - iniziava a darmi in pasto caselle da riempire e quesiti da risolvere. Io spremevo le meningi quando più potevo, ma tra una soddisfazione e l'altra spuntava sempre una pagina che costantemente tormentava le mie ambizioni di risolutore provetto e che ancora oggi, quando mi si para davanti, evito a priori: la pagina della Sfinge. Di tutti quei rebus, scarti sillabici, anagrammi e crittografie sinonimiche non c'ho mai azzeccato niente. Sarà per questo che ci ho messo così tanto a capire che Amp Rive altri non è che l'anagramma di Irma Vep. E che tutti e due, a loro volta, non sono altro che dei modi fighi per nascondere, spostando le lettere di qua e di là, una parola come vampire. Che di questi tempi va di moda, è inflazionata per l'uso referenziale che se ne fa, ma che, credetemi, di tutto l'immaginario che si porta dietro finisce per non contaminare minimamente la musica che sta qui dentro.

Il legame, semmai, va cercato altrove. Bisogna andare ad Olivier Assayas, al "Vampyr" di Dreyer, al mondo del cinema tutto, alle sonorizzazioni con le quali gli Amp Rive - quando ancora si chiamavano Irma Vep, proprio come il titolo di questo loro primo album - si confrontavano. Si sente chiaramente una forte componente immaginativa nel loro suono, robusta, precisa, spontanea. D'altronde cosa aspettarsi da una band post-rock? Il punto è proprio questo, gli Amp Rive suonano post-rock, ma lo fanno in una maniera così elegante e pura, quasi "classica" verrebbe da dire, che ai tempi d'oggi è rara merce da scovare. Questo loro debutto è dunque un ritorno alle radici del genere, che non brillerà certo per originalità e audacia, ma che possiede la grazia e la delicatezza necessarie per parlarne come di un bellissimo disco.

Sei pezzi che sono come cavalli lasciati correre a briglie sciolte nelle praterie della bassa. Suoni calibrati lungo le stesse direzioni che, ascolto dopo ascolto, acquistano sempre maggiore intensità. Gli strumenti si compenetrano l'uno con l'altro, giocano di sponda, si fronteggiano lasciando che a venire a galla sia l'aspetto prettamente emotivo delle composizioni. È un suono evocativo, che anziché aggredirti si lascia contemplare, sconvolgendoti, anche se non spinge oltremodo il piede sull'acceleratore e non crea arie sature di feedback e distorsioni. Ci sanno fare gli Amp Rive, hanno l'esperienza giusta sulle spalle (il nucleo centrale è formato da Adriano e Luca dei The Death of Anna Karina e nel disco c'è anche lo zampino di Sollo dei Gazebo Penguins) e sono in grado di disegnare intensi acquerelli, capaci di abbinarsi a delicate e melanconiche atmosfere autunnali. Ascoltandoli, viene da pensare ai Mogwai di "Happy Songs for Happy People", e a certi pezzi dei This Will Destroy You, e a tante altre cose che oggi sembrano essere scomparse, risucchiate, quasi fossero fuori tempo massimo per la scena odierna. Gli Amp Rive ci mostrano che non è così, che c'è ancora modo di scrivere dei grandi pezzi strumentali, senza bisogno di eccessivi orpelli e maniacalismi. Gliene siamo veramente grati.

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