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RECENSIONE
17/02/2012

Chitarra, voce e qualche divagazione sul tema. Ecco, se non ci fossero stati troppi diversivi a contrastare l’essenzialità latente di “Open to change” forse, da qui sino al punto finale, avremmo usato altre parole. Non che Antonello Brunetti rappresenti una potenziale “next big thing” dell’indie tricolore, ma quando il cantautore calabro-romano prende in mano la sei corde ed evita di circondarsi di pessime compagnie (leggasi i Nightrain, il suo gruppo spalla), il risultato è onesto e non suona poi tanto male.

La malinconia dell’opener “Underwater” o l’ipnotica title-track, in stile Nick Drake (in entrambi i casi chitarre più ugola, appunto), fanno capolino tra prove meno esaltanti, che vanno dal tentativo del nostro di proporsi come il Jeff Buckley dei poveri (“Nello stato liquido” è una “Grace” decisamente meno accattivante) a pezzi non certo da ricordare, come le strazianti (nell’accezione più negativa del termine…) “In the rain” e “Another story, another war”. Ma c’è altro che non si può e non si deve gettare via, a confermarlo una “Crowded train” che richiama di nuovo il figlio di Tim e si lancia verso vette più elevate, con i Nightrain convincenti e finalmente padroni della situazione: un pezzo che cresce con il passare dei secondi e regala quel po’ di adrenalina e freschezza che mancano a “Open to change”.

E se il Brunetti ripartisse proprio da qui, dimenticando il blues fatto e strafatto di “When my future was young” o il rock post-parrocchiale di “Ordine”? Già, se il gioco di parole è concesso, forse di ordine ce ne vorrebbe meno: sarebbe stato meglio lasciar spazio a un po’ più di coraggio e a quel pizzico di follia dei quali un disco come questo avrebbe avuto un estremo bisogno.

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