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RECENSIONE
10/11/2011

A ragionare seriamente e con lucidità, se avessi ipotizzato qualche anno fa una reunion credibile di una delle band qualsiasi che animarono il movimento delle posse degli anni '90 in Italia, mai avrei scommesso sulla 99 Posse. Dopo l'implosione avvenuta all'indomani di "NA9910º", non a caso il best-of definitivo, e la fuoriuscita di Meg, l'esperienza di O' Zulù e compagni poteva considerarsi "storicamente" conclusa; il combo napoletano, infatti, dopo aver esaurito la carica tipica degli esordi ("Curre curre guagliò" é stata la classica scintilla irripetibile), aveva comunque trovato una rispettabile via di fuga nel segno dell'evoluzione. "Corto circuito" e "La vida que vendrá" mostravano infatti una formazione che, mantenendo quasi intatta la matrice politica di sempre, era quantomeno intenta a contaminarsi musicalmente, evitando di ripetere in maniera pedissequa la formula originale - che, per quanto bella, aveva appunto esaurito la sua forza nel giro di due album (contando anche l'opera intermedia di rivitalizzazione a cui contribuirono i Bisca nel live di "Incredibile opposizione tour 94").

"Cattivi guagliuni", a 10 anni di distanza, non riparte però da dove li avevamo lasciati, ed é probabilmente la conseguenza più logica, non essendoci in line-up Maria Di Donna, una figura che aveva contribuito in maniera determinante a favorire un percorso artistico che li allontanasse dai cliché del genere - non foss'altro che si trattava di mettere d'accordo due vocalist fra loro molti diversi.

In questa nuova raccolta la band napoletana prova a replicare quel mix almeno in parte, ospitando alcuni nomi che bazzicano nella stessa scena a cui i 99 Posse appartengono di diritto. Peccato, però, che non bastino i featuring (Daniele Sepe, Speaker Cenzu, Valerio Jovine, Clementino e Claudio Marino) a risollevare la media qualitativa di un album il cui ascolto sembra non finire mai. Sono infatti 15 tracce in tutto e molte di queste sembrano essere i soliti tributi dovuti in cui O' Zulu si fa ovviamente prendere la mano dalla retorica; per cui dopo Carlo Giuliani (comunque citato in "Mai più sarò saggio", assieme ai fatti di Bolzaneto e a tutto il relativo contorno che potete immaginare) adesso tocca a Vittorio Arrigoni ("Resto umano") essere celebrato. Il problema, però é che pur trattandosi di intenti nobilissimi, il risultato non sposta comunque di una virgola i cliché di cui sopra.

Diventa quindi paradossale che il momento in cui questo disco risulta piacevole sia rappresentato dai divertissement, come ad esempio "Yes weekend", in cui viene ridicolizzato il Partito Democratico e lo spirito inanimato di opposizione. Piace anche "Tarantelle pè campá", che sembra scritta in funzione del featuring di Caparezza, e "Canto pé dispietto", episodio in parte autobiografico (e inevitabilmente anche autoreferenziale, dal nostro punto di vista) in cui O' Zulu fornisce la sua versione su ciò che successe all'epoca della scissione. La title-track, invece, ribadisce i soliti concetti nel solito modo, ovvero di coloro che pagano le pene perché il destino ha decretato loro la sfortuna ("Nuje nun eremo manco nate e già c'avevano cundannate") di non potersi permettere un Ghedini qualsiasi. Stesso discorso per "Vilipendio", l'ennesima dichiarazione di disprezzo verso le istituzioni dove, ancora una volta, si ripescano i soliti cliché di cui il quartetto non riesce proprio a farne a meno.

Piuttosto é preferibile "Italia Spa", dove, pur cadendo spesso nella didascalia durante il racconto, si tenta una lettura anticonvenzionale degli ultimi 150 anni dello Stivale ("un patto scellerato tra Savoia e latifondisti / e ancora nun v'abbasta mò facite 'e leghisti"). Ancora meglio "Morire tutti i giorni", dove sembra di sentire echi di Assalti Frontali e la retorica per una volta finisce all'angolo e lascia spazio ad un pizzico di poesia.

In definitiva, "Cattivi guagliuni" ci riconsegna una band che alle nostre orecchie non suona più "scomoda" come all'inizio dei '90. Musicalmente (ed inevitabilmente) cresciuta, ma incapace di raccontare il disagio sociale di oggi evitando di rifarsi al modello stilistico che conosciamo. Sarebbe bastato un pizzico d'ironia in più?

Tracklist

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Commenti (9)
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  • leo 10/11/2011 ore 16:49

    Forse sarò fatto vecchio ... ma io non sono riuscito ad ascoltarlo :-(
    In questo disco ho ritrovato i 99 Posse che avevo lasciato quando avevo 20 anni , ora che ne ho 30 (e più) con famiglia a carico, li trovo fuori luogo e sicuramente non riuscirei neanche più a vedere un loro Live.

    > rispondi a @leo
  • salvatore cinelli 11/11/2011 ore 18:33

    date le premesse, 99 posse l'ultimo dei gruppi a doversi riunire, zulù & soci se la sono cavata abbastanza bene con la retorica, considerato che la stessa barca dei 24 grana era stato definito banale e infantile; l’unica cosa, nonostante qualche chicca da Troisi a Bossi e titoli come university of secondigliano, canto pè dispietto, italia spa, la paranza di san precario, yes weekend, tarantelle pè campà, penso che non me ne andrò e qualche altra gag sparsa, un pizzico d’ironia in più di sicuro non avrebbe guastato; comunque non per fare polemica, né dietrologia, ma una cosetta di dieci anni fa la voglio ricordare; l’album è la vida que vendrà, il brano in questione si intitola “povera vita mia”, per qualcuno “lagnosissima” anche nelle liriche e che all’epoca subì anche diversi ostracismi politici, visto che è stata una delle poche canzoni italiane (se non l’unica canzone) a trattare apertamente il tema delle nuove leggi sul lavoro, ancora oggi, una delle piaghe più grandi che il nostro paese sta vivendo. In questi tempi di crisi, non è senza un pizzico d’ironia, che mi viene proprio da dire “hasta la retorica, siempre”

    > rispondi a @totore
  • salvatore cinelli 11/11/2011 ore 19:12

    Ah, solo una piccola precisazione sul concetto della title track, coloro che pagano le pene non perché il destino ha decretato la loro sfortuna, ma perché il sistema giudiziario ha decretato di doversi mantenere sui quartieri dove essi vivono (famiglie condannate a mantenè o carcere ‘e stato); c’è una leggera differenza….

    > rispondi a @totore
  • Faustiko Murizzi 13/11/2011 ore 08:19

    A proposito di precisazioni: ho scritto che gli intenti sono nobilissimi, ma da una band con oltre 20 anni di esperienza non mi aspetto che il racconto si trasformi (ancora una volta) in didascalia.

    > rispondi a @faustiko
  • salvatore cinelli 15/11/2011 ore 01:13

    Anche se ci possiamo tozzare, ci tengo a precisare che innanzitutto il mio commento non vuole esser un attacco diretto a te, né al tuo lavoro che in verità stimo, perché penso che non è facile descrivere un disco, né prendersi la responsabilità di ciò che si dice; semplicemente non ritengo che la posse abbia ormai fatto il suo tempo (soprattutto oggi) e non li considero né superflui, né tanto retorici come li descrivi; la didascalia? A parte che in questa confusione totale, per dirla alla loro maniera, neanche coi disegnini se ne viene a capo (la questione settentrionale?), ma volendo metterla in altri termini, secondo me, quella che tu chiami didascalia è in realtà il segnale radio dei 99 posse; senza dilungarmi troppo, nel sintonizzarsi e trasmettere questa frequenza, sta la loro ricerca e il loro lavoro; cioè, zulù è un uomo tormentato come tutti, ma esattamente come ogni uomo di fede che predica e opera secondo il suo credo, tenta di dare sfogo alle contraddizioni, i cambiamenti, i contrasti che ogni uomo vive, cercando di assegnargli una soluzione in quello che può essere il messaggio che contempla la sua visione. Per esempio, canto pè dispietto che definisci autoreferenziale, rientra perfettamente in questa intenzione programmatica; non a caso affonda a piene mani nel popolare e parla del tentativo di trasformare il veleno delle vicissitudini personali, in nuovo stimolo per le proprie inclinazioni e attività, in questo caso, il cantante che canta pè chi nun po’ cantà; tutto sommato, un concetto che non è tanto estraneo all’artista in generale, ma che può essere anche considerato superato, banale o retorico, dipende anche a quale cappella, o sponda, si appartiene; il fatto è che secondo me, e qua, scusa il richiamo, più o meno dovremmo cercare di stare tutti(o quasi)sulla stessa barca

    > rispondi a @totore
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