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RECENSIONE
11/11/2011

Unòrsominòre è incazzato e indignato. Per qualunque cosa. Tutto è ridicolo e risibile, non importa che si tratti di questioni morali enormi o di piccole abitudini quotidiane. Il messaggio è semplice: è tutto una merda e bisogna vergognarsi. Vi state vergognando?

Se un'impostazione di questo tipo vi interessa, "La vita agra" vi darà grande soddisfazione. Ascoltatevi "Storia dell'uomo che volò nello spazio dal suo appartamento" o "La mattina del 26 luglio" e sentirete la vena dell'indignazione e dello sconcerto pompare a mille. Unòrsominòre non ci gira intorno. Nessuna metafora, nessuna costruzione narrativa: le cose che deve dire, le butta in faccia, elencando quello che non gli va giù. Si passa così, nell'arco di un paio di minuti, dalla lotta di classe alla lotta all'aperitivo, senza farsi mancare lo sdegno per chi segue la Champions League.

Come un ragazzino quattordicenne in lotta con i genitori, che dice no a tutto e rivendica il bisogno di un'originalità, Unòrsominòre guarda con disprezzo ciò che lo circonda: il disperato bisogno di essere diverso, però, diventa davvero patetico quando si arriva a dire che neanche un "ti amo" può essere sincero, perché pur sempre citazione di un film o di una canzone.

Il non voler essere conformista finisce così ridotto a una semplice posa, con conseguente giro di 180° e trasformazione a sua volta in puro conformismo. Certo, un conformismo diverso da chi - dio, che orrore! - guarda la televisione, ma comunque tale. Perché dire che nulla funziona e nulla vale è un populismo qualunquista con il segno meno, perfettamente equiparabile a chi nega ogni pessimismo, ribattendo come un mantra che tutto va bene.

Quello di Unòrsominòre è il classico caso in cui il messaggio che si vuole lanciare si mangia tutto, piegando la forma alla sostanza e nella convinzione che il contenuto sia talmente importante da poter tenere in piedi tutto. Non è così, non è mai così. Serve forza narrativa, visione artistica e un immaginario degno di questo nome. Elementi che ne "La vita agra" risultano non pervenuti.

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Commenti (32)
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  • babalot 17/11/2011 ore 21:29

    romano a chi? :P cmq mi sembra giusto ampliare: il modo di cantare, da solo, ovviamente non basta a rendere indigeribile un artista. però, ecco, nel suo caso contribuisce un po' a non farmelo piacere :)

    > rispondi a @babalot
  • cavally 25/11/2011 ore 00:52

    Che roba.
    Non riesco a condividere appieno la recensione perché alla fine 'sto disco mi piace tanto. Forse per merito della musica che regge i testi, di cui la recensione non parla.. cosa più volte rinfacciata noto.

    I testi è vero: sono fin troppo diretti, ma decisamente non banali. Troppo contestualizzati e contemporanei? E' un male? Boh!
    Se si critica il sopravvento della sostanza sulla forma a me viene automatico volare alle critiche a De Andrè (soprattutto il "primo" De Andrè).
    E allora forse comincio a vederla come Villa: unòrsominòre non è De Andrè. Capisco perché lo "accusa" di non avere un filo narrativo.
    Ma forse non gliene frega niente di essere De Andrè: e allora non mi piace più come la vede Villa.

    Perché alla fine se è sulla forma (e non sulla sostanza, dato che Villa ribadisce più volte di condividere almeno una parte dei concetti espressi da òrso) la critica Villiana, allora qui ci si muove sul filo del rasoio: perché quando si è troppo diretti il rischio di essere banali (e qualunquisti?) è altissimo, è vero. E se parliamo di forma non ci si può scordar della musica.

    Ecco: secondo me invece questi testi sono diretti ma apprezzabili e anche ironici a volte. Ingenui e grottescamente intransigenti? Sì, questo è vero.
    Abbiamo capito che non siamo sul genere di Silvestri (a proposito: lui ha scritto una leggera e bella canzone sul Silvio nazionale), ma siamo sempre a cercar paragoni. Che brutta roba.
    unòrsominòre è lui e lui e basta per ora. Questo è apprezzabile.

    Sarebbe più corretto dire: se lo comprate sappiate che non è un cinepanettone? Forse........

    Scusate lo sproloquio ma leggere tutti i commenti m'ha scatenato.

    > rispondi a @cavally
  • Spessotto 30/01/2012 ore 17:26

    Perdonami se te lo dico, ma leggendo la tua rece mi sembra che anche tu sia vittima di quell'indignazione di cui parli. Anzi, volendo usare anche io un po' di dialettica mi verrebbe da dire che un album che riesce a trasmettere sentimenti (l'indignazione è un sentimento del resto) è di per sé qualcosa di artistico. Certo non stiamo parlando di testi di satira (forse solo Perdenti più sani, che mi ricorda Gaber), ma non ci vedo nemmeno tutta questa affettazione e non capisco come si possa arrivare a commettere l’errore di dire che “nulla funziona e nulla vale è un populismo qualunquista con il segno meno”.
    Si tratta di un album impegnato, secondo me, sin dalla grafica che richiama certi dischi degli anni ’70 e di questi dischi si porta quale doppia faccia di un'unica medaglia gli stessi pregi e difetti. Il pregio è il desiderio di dire nel modo più esplicito il proprio pensiero e, perciò, tutta l’immediatezza e la lucidità di chi evidentemente le parole sa metterle assieme; il difetto è che, come giustamente sembri accennare anche tu, l’arte di questo passo viene trascurata, essendo l’arte di per sé qualcosa che rifugge la comunicazione esplicita e vive di non detti. Per intenderci, anche De André c’era cascato con Storia di un impiegato, tant’è che guarda caso l’album di inediti successivi fu proprio quel Vol. 8 che dell’incomunicabilità faceva un assunto fondamentale.
    Senza divagare io piuttosto credo che tu abbia sottovalutato la forza di queste liriche che sostanzialmente trasmettono amarezza e rassegnazione, magari anche con quel tocco di ingenuità del caso. Però c’è un desiderio di mettere un punto, di dire qualcosa di autentico o anche solo di cacciarsi qualcosa fuori che non può passare inosservato o essere bollato come qualcosa che piega la forma alla sostanza, anche perché questa affermazione è apodittica, mentre io piuttosto ho apprezzato molto il contributo di Fabio De Min in fase di produzione e arrangiamenti, nonché la scelta di valorizzare il cantanto.
    Insomma, l’impegno è questo, metterci la faccia e dire le cose per come le si pensa, senza veli e – è il caso di dirlo – pose. Contro una certa ipocrisia post-melodica che attanaglia quel cantautorato che va per la maggiore (non faccio nomi perché non voglio scatenare polemiche). Non è un capolavoro, ma nemmeno un album da stroncare in questo modo. Poi se si vuole dire che la musica dovrebbe in re ipsa trasmettere qualcosa essendo linguaggio fine a se stesso e discutere, perciò, del valore artistico delle canzoni “impegnate” allora usciamo dal merito dell’album ed entriamo in un discorso più ampio e generale, per quanto sicuramente interessante.
    A me questo la vita agra ha lasciato in bocca quel sapore acre di cui parla il titolo a prescindere del riferimento letterario e quindi lo ritengo un lavoro riuscito che non merita l’insufficienza (mi sembra di capire che tu lo giudichi tale invece). Ciao :)

    > rispondi a @Spessotto
  • fabioaiu 21/02/2012 ore 18:41

    Ascoltato solo questa mattina. mi ha davvero colpito. una grande varietà di soluzioni musicali. bello, ispirato, coraggioso e profondo. mi fa specie che non se ne sia parlato abbastanza. grande album!

    > rispondi a @fabioaiu
  • vendicatore calvo aka Sighi 16/12/2012 ore 18:35

    a me me piasce.

    > rispondi a @vendicatorecalvoakasighi
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