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RECENSIONE
31/07/2012

In anni di viral marketing, social network e uffici stampa in tuta mimetica e Uzi, un gruppo che annovera più dischi che recensioni sul web fa indubbiamente notizia. Rincariamo la dose: mentre scrivo, i Pip Carter Lighter Maker, che nascono nel 2005, hanno una pagina Facebook con due soli fan fan. Io non mi sono ancora aggiunto, aspetto la fine di questa recensione. Ma lo farò di certo, se può servire a diffondere il verbo di questi ragazzi modenesi che tanto si curano della musica e poco della promozione.

Comincio a dire che “Western Civilization”, l’album di cui parliamo, non è recentissimo, risale a due anni fa. Ad ogni modo, risulta essere l’ultimo lavoro della band e lo prenderò dunque come riferimento, nell’impossibilità (a livello di tempo e non di intenzioni) di recensire l’intera discografia dei PCLM (che però potete ascoltare integralmente senza muovervi da queste pagine).

In apertura dell’album le parole dell’intramontabile film “Il mio nome è nessuno” ci introducono al suono del gruppo emiliano, il cui ingrediente principale è la psichedelia della seconda metà degli anni Sessanta. Più che i soliti noti di sponda inglese - leggi Pink Floyd-, Pip Carter e compagni ricordano maggiormente quei gruppi oscuri (che so, i Poets, gli Attack) che ormai è possibile rintracciare solo su qualche compilation da mercatino dell’usato e su youtube, grazie a qualche inguaribile filantropo. Ma i pezzi di questo disco rimescolano anche gli Stones, periodo “Aftermath”, i Tomorrow e i Troggs , con Nick Cave e tanto tanto altro.

Ogni tanto qualche rimando un po’ più esplicito viene fuori: la chitarra di Robby Krieger in “Did man invent God?” o lo standard di “Take 5” in “French meaning”, ad esempio. E l’intro con la voce di Henry Fonda non è l’unico tributo dei Pip allo spaghetti-western: lo omaggiano ancora con la splendida “Italian song 69”, col suo riff morriconiano che vi troverete a fischiettare appena premuto il tasto pause.

Ma il punto non è solo o soprattutto la cultura musicale dei PCLM e la loro preparazione sui grandi dischi del passato: quanto la loro padronanza della struttura canzone, dei cambi, delle atmosfere. Senza di essa, sarebbe vano tentare di articolare uno strumentale lungo e complesso come “Western Civilization”, in cui nulla è fuori posto o in anticipo rispetto al dovuto; o a una ballata peregrina come “Long time gone”, che attende due minuti buoni prima di concedersi di aprire il suono. Il punto vero è questo amalgama che, se all’inizio ti porta a pensare che questi sedicenti modenesi siano in realtà tre inglesi chiusi in un rifugio antiatomico nei giorni dei 24 Hours Technicolor Dreams e liberati solo ora, dopo un paio di ascolti trascende la filologia per dare il primato assoluto alla scrittura.

Dovrebbe essere un fatto scontato ma non lo è, perchè sono in pochi ad avere il talento per permetterselo. E poi ciò che conta di questi tempi non sono le canzoni che scrivi, ma quanti supporters hai su Faccialibro. A proposito, mentre scrivevo, quelli dei Pip Carter Lighter Maker sono saliti a tre. Ma voi non state lì troppo a contare, impiegate bene il vostro tempo libero ascoltando questi ragazzi. Per quanto mi riguarda, sono una delle scoperte dell’anno.

Tracklist

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Commenti (5)
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  • fargas 31/07/2012 ore 15:04

    io tifo PipCarter

    > rispondi a @fargas
  • Nacho Fever 31/07/2012 ore 16:15

    Sempre tifato Pip Carter.

    > rispondi a @nachofever
  • Zagor 01/08/2012 ore 08:58

    beleza e cristalli !

    > rispondi a @zagor
  • Zagor 16/09/2012 ore 11:35

    bravissimi anche dal vivo !

    > rispondi a @zagor
  • Faustiko Murizzi 25/09/2012 ore 08:34

    Pensare che il sound sia made in Maranello è davvero incredibile...

    > rispondi a @faustiko
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