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album Live at the place - Samuel Katarro

Samuel Katarro

Live at the place

2011 - Psichedelico, Progressive, Blues

RECENSIONE
28/02/2012

Fin dalla cover, questo live registrato al The Place di Roma il 18 novembre 2010 è colmo di riferimenti alla storia del rock: dal nome della band di accompagnamento, His Tragic Band, che richiama quello della Magic Band che accompagnò Captain Beefheart dal 1967 al 1974, alla grafica e al titolo, che richiamano quelle del “Live at Leeds” degli Who (1970), così come il nome del responsabile del progetto grafico (“Boris The Spider”, infatti, è un brano di John Entwistle, bassista degli Who). Due riferimenti che alla fine sono più per celia, dato che entrambi c’entrano poco con la musica di Samuel Katarro.

Non così il periodo storico, in quanto il blues sporco di Katarro è pesantemente debitore dell’approccio complessivo al genere che si ebbe tra il volgere degli anni 60 e la prima dei 70: come ben sa chi conosce già la sua produzione, è un blues progressivo, che, grazie all’uso di strumenti come il violino di Wassilij Kropotkin, devia per altre strade. Non che il violino sia di per sé inusuale per il blues: lo è il modo in cui lo suona Kropotkin, che immette citazioni e stilemi classicheggianti (come nell’intro a “From Texarcana to Texarcana”) e debitori del folklore tanto balcanico, quanto mediterraneo nella musica di Katarro, donandole così quel carattere progressivo che dicevo prima, proprio nel senso che tende a spaziare oltre i confini del genere contaminandosi con altre realtà.

Se i brani li scrive Katarro, a ben vedere è proprio Kropotkin a spingere i pezzi oltre i binari del genere: è quasi sempre lui che trascina la band in improvvisazioni tipiche del periodo 1969-1974, lasciando così libero sfogo anche alle sfuriate della possente batteria di Simone Vassallo. La carica live della band è grande e innegabile, anche se il suono risente del fatto di essere stato registrato al chiuso, mentre una simile musica avrebbe bisogno, a mio avviso, di spazi ampi e ariosi in cui risuonare.

Nel suo approccio alla materia blues, Katarro dimostra di essere discendente di band come East of Eden o di grandi eccentrici surreali come Kevin Ayers e i Gong di Daevid Allen (occhio ai titoli dei brani), anche se questi ultimi non sono mai stati artisti blues. Si ascoltano anche echi dei Pink Floyd di “Ummagumma” (1969), soprattutto in certi stravolgimenti cromatici dei giri blues (come in “9V”, ma non solo), così come della vocalità di John Lydon dei P.I.L (come nel finale di “Com-passion”).

In conclusione, Katarro & His Tragic Band mostrano grandi suoni, partono per affascinanti avventure, ma hanno un difetto, comune agli artisti citati: non hanno canzoni. Sarebbero stati perfetti per un festival pop degli anni 70. Ma è dal 1976 che ci si è resi conto che ci vogliono anche le canzoni, non solo i suoni e le avventure. A ogni modo, il disco piacerà senz’altro ai fan del chitarrista toscano. 

Tracklist

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