10/10/2012

Sull'esportabilità del reggae italiano non ci sono dubbi. Diversamente dal rap, che rimane per questioni linguistiche un prodotto nostrano, la musica in levare fatta nella nostra penisola ha saputo crearsi più di uno spazio fuori dai confini grazie al buon toasting in inglese di cui gli italiani sono – contrariamente a tutte le altre espressioni musicali in lingua straniera – mediamente capaci. In altri casi, invece, l'esportabilità è stata possibile appoggiandosi direttamente a cantanti madrelingua. Dub in all sense, duo di producer e musicisti provenienti dal Sud Italia, ha deciso di fare e l'una cosa e l'altra, con risultati mediamente molto buoni.

Occhio però: qui nessuno scossone, nessuna particolare ricerca né in fase compositiva né nella scelta dei suoni. In questo album c'è invece tutto l'armamentario del reggae: effetti di eco, melodica, tastiere in levare, toasting in dialetto e in inglese, inserti drum'n'bass, e tutto quello che vi può venire in mente. I brani, ai quali hanno contribuito una bella moltitudine di cantanti, sono costruiti sulla classica struttura strofa-ritornello. Poco spazio dunque per i solidi riddim concepiti dal duo e molta orecchiabilità: su tutti "Warriah", "Jump up", "Around the sound". Alcune scelte sono interessanti: l'atmosfera alla Subsonica di "Maya Song"; lo ska rockeggiante di "Metropolis" (bella la voce di Marina P); il glockenspiel di "Flowers and guns"; il taglio alla Tricky di "Lose truth". Posta la qualità del lavoro, però, la sensazione generale è di trovarsi di fronte ad un disco fortemente di maniera.

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