Man On Wire West Love 2012 - Rock'n'roll

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Atmosfere in bilico tra il pop e il rock d'oltreoceano. Con una spruzzata di folk e country. Un disco sincero e raffinato.

Man On Wire. Proprio come il documentario di James Marsh, dove c'era Philippe Petit che, da funambolo perfetto e meraviglioso, arrivava a camminare su di un filo steso tra quella che era (in passato) la maestosa ieraticità delle due Torri Gemelle. Un'estasi di grazia & equilibrio senza eguali. Ma Man On Wire anche come il nome scelto da questa band al debutto, sentiero collaterale dove insieme camminano la maschera da coniglio dei nuovi TARM, Stefano Pasutto, il sergente di ferro degli Smart Cops, Nicolò Fortuni, Marco Pilia (Oliver) e Cristiana Basso Moro (Arnoux).

"West Love", per l’appunto, si presenta come un fragile e delicato esercizio di cuore, tecnica e polmoni. L'obiettivo è porre, nella maniera più genuina possibile, un ponte tra certo pop e rock d'oltreoceano, mischiando al tutto anche suggestioni che escono dritte dal folk e dal country. Più facile sostare ad ascoltarlo per intero che spiegarlo con troppo complicati giri di parole. In realtà, volendo trovare una definizione precisa e calzante, non faremmo che ammazzare il candore e la passione, ovvero i due elementi che immagino abbiano contribuito alla genesi di questi otto pezzi. Me li immagino chiusi in un vecchio chalet di legno a ridosso delle rive del Tagliamento, vicino Maniago, borgo di fabbri e di coltelli e patria della loro etichetta, la Knifeville, intenti a farsi bruciare gli occhi da certi incantesimi che il fiume regala nei momenti di piena, a farsi scolpire l’anima dai colori sognanti, che in certi attimi del giorno la natura riesce a regalare.

Un disco all’interno del quale sembra ci si muova quasi in ralenti, fatto di un tessuto ritmico che, sullo sfondo, tiene sempre dritto il faro del suo cammino, per poi adagiarsi su piccoli movimenti chitarristici, distillati a poco a poco. Non è sempre un bene, a volte i pezzi si somigliano troppo e difficilmente, se non dopo svariati ascolti, arrivi perfettamente a ricordartene. Di certo, però, quando riescono a compiere la sintesi perfetta, escono fuori gemme come “Autumn” e “Man On Wire”, omonima traccia di chiusura. Incastri perfetti, dove, in un caso la voce, nell’altro l’hammond, donano sfumature e orizzonti nuovi. “A thousand legs” è invece l’ideale per leggere tutto il background nel quale ci si immerge e dal quale ci si fa ispirare: l’andatura biascicata degli Wilco che incontra la vocalità e le atmosfere degli Arcade Fire, insieme a tutte le altre ovvie derive che emergono col passare dei pezzi: Beatles, Neil Young, Jayhawks.

Credo abbiano ancora bisogno di limare qualche piccola incertezza, riuscire più spesso a chiudere il cerchio (a tratti cerchi di trovare la direzione nella quale volge il pezzo, per poi accorgerti che è già finito), essere più dritti e meno trasognati. Però hanno il grande merito di trasmettere una sincerità disarmante, che ti dispone bene ed è merce rara da trovare oggi. E poi sono timidi e carezzevoli, conoscono la formula per dilatare i sospiri in attimi e attimi ancora più piccoli, e più piccoli ancora. Ascoltateli fino a farveli piacere e non ve ne pentirete.

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La recensione West Love di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2012-01-16 00:00:00

COMMENTI (4)

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  • figurehead 9 anni Rispondi

    bella recensione...mi sto gustando l'ascolto!

  • rudefellows 9 anni Rispondi

    bel disco, bella rece

  • utente57088 9 anni Rispondi

    un buon lavoro fuori dalle mode "indie" e "neocantautorali" italiote - 8

  • cuornero 9 anni Rispondi

    condivido tutto