Jester at work Magellano 2012 - Rock, Alternativo, Acustico

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Tra Mark Lanegan e Tim Buckley, un disco splendido che è insieme deriva e approdo.

I sogni viaggiano con gli stessi mezzi su cui corrono gli esseri umani. Scarpe, macchine usate, autobus. Barche. Soprattutto barche. Molto spesso sono solo i sogni a viaggiare, mentre tu stai fermo a guardare le tue scarpe, la tua macchina usata o l'autobus che passa lasciandoti alla fermata. E le barche che guardi sono perlopiù dei marinai che sembrano avere cent'anni e hanno i volti consumati dalla fatica e dal sole: ogni ruga è uno scrigno che conserva una storia che vorresti ascoltare.
Quando cresci in una piccola città portuale, è facile che da bambino tu possa aver sognato di diventare un esploratore dei sette mari, di solcare quelle acque che a distanza di anni ti sembreranno trappola e acquitrino, e che in quel momento appaiono come distesa immensa di libertà e possibilità di un agognato altrove.

Jester at Work, al secolo Antonio Vitale, conserva nelle undici tracce di “Magellano” quello stesso sguardo (dis)incantato di chi è pronto a salpare, proponendoci un album “interamente concepito a pochissima distanza da un porto”. Corde della chitarra impastate di salsedine e quella voce, profonda come l'abisso e calda come il sole. Il lieve fruscio che ondeggia in sottofondo, frutto della registrazione in analogico, ci regala un delizioso sapore vintage.
Dopo aver gettato l'ancora in una tradizione nutrita dall'ascolto del folk d'oltreoceano, il cantautore non rinuncia a navigare con coraggio tra le acque della sperimentazione lo-fi in pezzi come “Green eyes”.
Le note di “The branch” sono annodate con sapienza marinaresca in un arpeggio che ricorda i fraseggi di Tim Buckley, la cui influenza pervade anche la bellissima “This night will be dead”. Con “Deep black sea” e “Unsolved (Mistery) Misery” affondiamo nelle sonorità di Mark Lanegan: canzoni che trasudano sale e sudore di una notte insonne. Lo spirito di Johnny Cash riecheggia sul veliero in pezzi come “December”. “Estacion 14” racchiude in sé tutto questo e ha il ritmo inesorabile e tenace dei remi. La finale “Alphabet tree” è insieme deriva e approdo, con un testo che racconta la volontà di partire e un arrangiamento che sembra invece comunicare che il nostro cantautore è già arrivato lungo le coste di quell'America verso cui “Magellano” guarda con tanta sicurezza.

Credo dunque di poter affermare che Jester at work non avrebbe potuto scrivere un album così bello, se non avesse abitato in una piccola città portuale, di quelle che mettono in fuga i sogni e che al contempo ti insegnano a proteggerli, perché in fondo non abbiamo tesori oltre questi. E in una piccola città portuale non puoi perderti, perché sai sempre da che parte è il mare. Allo stesso modo, Antonio Vitale ha ben sviluppato il senso dell'orientamento che gli consente di tenere saldi i suoi riferimenti musicali, senza il timore di un naufragio e senza la paura di osare. Il suo faro sono undici canzoni bellissime scritte di suo pugno. Il vento favorevole soffia nelle vele del suo incredibile talento che lo porterà, di certo, lontano da queste sponde.

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La recensione Magellano di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2012-03-15 00:00:00

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