chambers La mano sinistra 2012 - Slow-core, Screamo, Shoegaze

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Il devastante ritorno dei Chambers con un album che unisce post-core, screamo, emo e stoner in modo esplosivo, tra alberi, uomini, sconfitte ed abbandoni.

Il senatore del Nebraska Ernie Chambers potrebbe esser noto ad alcuni per la sua singolare azione legale contro Dio, portato in tribunale e accusato di violenza ed eccidi. Nel 2010, cinque ragazzi dalla Toscana omaggiavano l'eccentrico senatore prendendone in prestito il nome ed esordendo con un self titled di 5 pezzi. Oggi i Chambers sono tornati con due sostanziali novità: il passaggio all'italiano e la rivisitazione di un sound che tenta in ogni modo di sfuggire alla catalogazione di genere fredda e razionale. Quasi come un serpente, la musica dei Chambers sembra arrotolarsi su se stessa, in una spirale di rabbia e frustrazione, per poi scattare ed afferrarti all'improvviso al collo.

Ne "La Mano Sinistra" (disponibile in modalità "Fai tu il prezzo") vi è una sorta di inquietudine perenne, fatta di cambi di tempo e saliscendi, tra ruvidezze hardcore e raffinatezze timbriche, il tutto riassunto in una miscela esplosiva di stilemi dei più vari e un'urgenza raramente così tangibile. Un album complesso, intenso e decisamente sorprendente per la mole di spunti che vi sono racchiusi. C'è il post-core, screamo Hc di base che pare contaminarsi con aperte influenze che vanno dal grunge, allo sludge e allo stoner senza negar spazio alla melodia più tipicamente emo. Fin dai sardonici e geniali giochi di parole dei titoli di queste sette tracce è facile intuire quanto possa esser nascosto nella scrittura dell'album. Uno dei punti di maggior spessore della band si conferma, infatti, la cura testuale, facilmente di connotazione emo, ma che sembra racchiudere nel continuo frapporsi di tematiche uomo-natura ("La natura non è più sicura? Non ci serve aver paura!" "Fiumi in Piena"), messaggi decisamente più profondi, seppur amari, esternati tramite una poetica mai retorica.

Lo screamo d'apertura di "Chiuso Per Fiere" volge dalle parti di band come La Quiete e Raein, spingendosi verso un finale incandescente, tra laceranti chitarre riverberate e un drumming nervoso e tirato. Il grunge di "200 Metri D'orso", riadatta il testo dell' antropologo Marc Augè, "Disneyland ed altri nonluoghi", ed è manifesto di quel senso di abbandono che si realizza nello sguardo malinconico che ti lascia pensare al passato triste, a denti stretti, frustrato e impotente dinnanzi le macerie del giorno dopo ("Laddove la guerra è finita ne visitiamo i luoghi famosi. Il turismo è la forma compiuta della guerra"). "Musica del Demanio" scorre su binari di pura rimembranza stoner, fino a deragliamenti metal-core, a narrare del senso d' insicurezza e dell'imperfezione più totale che caratterizza ognuno di noi, anche qui con continui rimandi a elementi naturali e alla ricorrente figura dell'albero ("Anche un piromane guarda in tv le previsioni del tempo, anche un piromane dipende dal sole e dal vento. Se impariamo a nuotare sulle rocce, se impariamo a respirare senza alberi, e se impariamo a correre con le zampe legate, che sia in un altro mondo").

"Cemento Orti/Morti Di Fame", oltre ad essere la traccia dal più alto minutaggio, si conferma anche come la più complessa, romantica e maestosa, con la suo intro e finale così vicino ai rinnovati The Death of Anna Karina di "Lacrima/Pantera", intermezzi tra soli, strumentali ascensioni a là Tool e coralità emo, lascia senza fiato nella sua ferale penetrazione della psiche, con quel mood di perenne desolazione che caratterizza tutta l'opera. ("Ci bastava solo un po’ di sole, mi bastava che ci incontrassimo, come al solito. Sotto al solito albero, anche se era già inverno e le foglie non ci difendevano più dai nostri errori"). Sul finale veniamo trascinati via dal forte senso di rassegnazione di "Fiumi in Piena" ("Abbandonarsi, per poter credere di poter tornare indietro, e dedicarsi a dar da bere ad una strada dissetata...") e "Branchi di Nebbia" ("Abbiamo scelto di non cambiare, abbiamo arato aree di cemento e deposto fiori per i colpevoli").

I Chambers sembrerebbero non voler portare a giudizio Dio, bensì l'essere umano, così preso a rinchiudersi nel proprio io da non intravedere più uno spiraglio di luce all'esterno del proprio mondo. "La Mano Sinistra" è uno di quelli ascolti che gli appassionati di hardcore, emo e metal-core dovrebbero assolutamente concedersi, per dare giusto sfogo a quel marasma emozionale che quotidianamente si agita dentro di noi. Un album caustico e dalla forte perizia tecnica, che riescei a creare una sintesi che mai puzza di atto velleitario ma che, anzi, si rende perfetto collante per una scrittura ricca di tematiche e contenuti, profonda e che attecchisce a fondo nella memoria, scuotendo e impressionando dal primo all'ultimo minuto.

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La recensione La mano sinistra di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2012-06-19 00:00:00

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