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album La fine del potere - Eildentroeilfuorieilbox84In evidenza

recensione Eildentroeilfuorieilbox84 La fine del potere

2012 - Sperimentale, Progressive, Indie

RECENSIONE
03/08/2012

Ci sono momenti in cui note, liriche e composizioni si uniscono agli odori e alle sensazioni degli anni andati, scatenando ricordi e aneddoti sul tuo passato. E' una condizione di evocazione, ricordare come le tematiche e le inquietudini venivano raccontate solo venti anni fa. Al netto della disillusione e l'aggressività, cercando nell'assurdo e nella giocosità una forma sottile di polemica. Scoprire l'innocenza di un tempo, ed amare ritrovarla, preoccupandosi di non saperla cogliere più, rabbuiati da una rabbia che caratterizza il nostro presente.

Scombinate, naif, sghembe. Nelle tredici tracce de “La Fine del Potere”, secondo album degli Eildentroeilfuorieilbox84, si respirano atmosfere di altre epoche e periodi storici dell'indie italiano, quelli del far west anni novanta, quando la sperimentazione era assoluta e si poteva sentire “Ozio” dei Wolfango, con tutta la sua intensa impressione di semplicità, frugale quanto sentita, l'innocenza malcelata di Fiumani, la spontaneità dei cantautori romani, i Runi.

Il tutto in un insieme che emerge con una particolare innocenza, quasi infantile, disegnata con l'onomatopeica di “Acqua”, dove la frammentazione delle sensazioni urbane e del distacco metropolitano dalla natura si fondono con linee di chitarra oblique quanto affilate, inserite in un sound spesso ipnotico e frenetico, visionario. Espressione di un'idea sgangherata quanto originale. Come nella delicatezza di “Love is Simple” degli Akron Family, filtrata con il prog anziché con il folk.

Un mare magnum di effetti e messaggi, visioni di un mondo sostenibile, frammenti di società utopiche libere dal denaro, che possono trarre in inganno chi del racconto propriamente detto ha fatto fulcro della propria sensibilità, chi ha relegato le proprie velleità freak in un baule polveroso, nella soffitta della propria immaginazione.

Prevenzioni che si sciolgono quando partono i due minuti di “Democrazia”, immersi in una nuvola di archi, pennellate quasi da teatro sperimentale, qualcosa di percettibile solo in alcuni lavori dei grandissimi Maisie, nella sfrontatezza espressiva dell'indimenticato universo Snowdonia.

Una conclusione di classe, con una sorta di trip-hop rivisitato ne “La Guerra Continua”, mette il punto su un disco capace di schiudere significati in un modo inedito, ingenuamente puro quanto efficace. Come le parole di un bambino.

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