i Dottori canzone perfetta 2012 - Rock, Alternativo, Pop rock

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i Dottori non riescono a mettere insieme nulla di nuovo. Poco male. Il problema è che il vecchio e già sentito suona anche insopportabilmente mediocre.

Se avete ascoltato "Canzone Perfetta", disco d’esordio de i Dottori, starete probabilmente cercando una parola o un aggettivo che descriva chi non ha un’opinione propria, chi vuole stare un po’ qui e un po’ lì,  chi non sa bene che pesci prendere e quindi ci mette un po’ di questo ma anche un po’ di quello. A me è venuta in mente cerchiobottismo. Certo, in musica non c’è partito da prendere e va da sé che mettere insieme cose diverse è spesso la miccia per la novità. Ma non sempre funziona. 

“Pastiglia”, la prima traccia, parte con un folk elettrificato (che per altro fa ben sperare) e  diventa nel ritornello un pop-rock da discount, peggiorato, se possibile, dal testo: “Ho sempre quel problema lì, prendi una pastiglia sì, perché con la pastiglia tu, ti senti già diverso, puoi sembrare anche normale”. Quale problema? E che pastiglia? Stessa cosa con "L’Artista", cioè pop-rock vagamente impegnato con un testo inverosimilmente ritrito (“Ho chiuso i miei progetti in cameretta, non prendono aria mai, ma non c’è fretta; c’è una valigia nella stanza, io non la disfo mai, non ho speranza”). Poi "Nero" e "Pornonauta", in cui l’impressione è che Le Vibrazioni si siano messi a fare parodie degli Afterhours, mentre con la canzone che dà il titolo al disco ritorna il folk d’autore, che mantiene però una vocalità un po’ dannata che, diciamolo, non guasta mai. Dopo sonorità oscure, spunta con “Dio c’è” un ritmo leggero ed ondulatorio, il solito ritornello schitarrato e l’ennesimo testo pretenzioso ed inefficace (“Dio c’è o non c’è è un fatto di pratica”). Sul finale un’atmosfera acustica ristabilisce una certa semplicità di musica e testo che appare a questo punto il male minore. 

Nonostante le tante strade inseguite, i Dottori non riescono a mettere insieme nulla di nuovo. Poco male. Il problema non è il vecchio e già sentito, il problema è scegliere la definizione perfetta per queste canzoni: piatte, irrimediabilmente nella norma, poco gustose, da sbadiglio, senza scossa alcuna; andrebbero bene tutte.

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La recensione canzone perfetta di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2012-10-16 00:00:00

COMMENTI (1)

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  • LoveLo 2 anni Rispondi

    Il primo disco è sempre una scommessa, è un gioco duale fra le parti, fra quello che vuoi proporre e quello che hai dentro nell'anima, che si risolve spesso in una sintesi e una congiunzione di intenti fra i due aspetti che può essere più o meno vincente, dipende sempre dall'hype che suscita il prodotto.
    In questo primo disco de i Dottori si percepisce chiaramente il background che influenza le loro note e i loro testi, quella cultura decennale di cantautorato e quel rock maledetto che colora di scuro le ritmiche delle chitarre di Marco Fanella e incattivisce e drammatizza la voce di Andrea Di Toppa. Gli anni ad ascoltare questo tipo di musica e a farla propria si evincono tutti nei pezzi come "pornonauta" o "Anonimo" che rappresentano prepotentemente quella parte prima citata che vuole proporre un messaggio e un'immagine ben definita, si vuole inserire con una certa rilevanza in un certo panorama, quella parte che abbiamo tutti che spesso, inconsciamente, tende all'omologazione.
    Mentre invece, durante lo scorrere dei brani, si può percepire che, dietro a quegli anni di ascolti e pratica, vi è un'anima che scalpita ad uscire, una presa di coscienza di sé che ha voglia di dichiararsi al mondo nella sua spontaneità e genuinità, nei suoi pregi e nei suoi difetti, perché in fondo è questo che conta: essere sé stessi. I due brani che posso definire iconici di questo disco e dove posso percepire l'essenza più pura e potenzialmente matura del gruppo sono di per sé discostanti fra loro per sonorità e sono: "belladonna" e "fosse per me". Mentre il primo è la maturazione completa di questo lavoro che si evolverà poi nel loro successivo prodotto "poesia e veleno" dove i Dottori mettono a fuoco la loro vera natura di poeti maledetti perché troppo attenti ai dettagli ai margini della vita e della società, nel secondo ci trovo qualcosa di ancora inesplorato da loro, si presenta molto coinvolgente e intimo con questa acustica che accarezza l'orecchio e una dolcezza nella voce di Andrea non smielata e banale , ma profonda e sensibile, come se fosse il lato nascosto celato dietro al poeta di strada e incattivito dalla merda della vita. Potrebbe essere, chissà, l'incipit per un nuovo progetto.
    Nel complesso trovo un prodotto costituito da un buon mix di pezzi fra i più impegnati e i più diretti che non appesantisce né banalizza il risultato , un complimento particolare per i ritornelli un pò catchy come "la pastiglia" , "l'artista" , "anonimo" e "giostra di periferia" dove quest'ultimo spicca per trasporto e potenza e richiama a quella visceralità dei pezzi tipica dei foo fighters.
    Un buon primo lavoro, con tanto da maturare e tanti spunti da evolvere .