17/05/2012

Esistono diversi modi per distruggere qualcuno o qualcosa. I più megalomani ricorrono alle guerre. Le divinità infuriate puniscono i popoli con piaghe, malattie e diluvi universali. Le forze della natura si ribellano all'uomo con terremoti ed altre catastrofi. E c'è chi preferisce strumenti più semplici, ma non meno devastanti. Un basso che frusta mentre la batteria, incalzante, non conosce riposo.

Le She said destroy! sono solo in due, ma non hanno nulla da invidiare alla potenza di uno tsunami in grado di travolgere ogni cosa. Con un nome che omaggia lo storico brano dei meravigliosi e controversi Death in June, le agguerrite donzelle impugnano le armi, ovvero i quattro pezzi del loro disco d'esordio “Conflicting landscapes”.


L'ambito di appartenenza è immediatamente chiaro: garage rock dalle tinte noise. La voce è un ronzio affascinante che sostiene i giri sostenuti e spietati della sessione ritmica (“I fell in love”, “The way to Romania”), il risultato è l'ipnosi, un avvitamento perpetuo su se stessi, fino al fastidio che crea dipendenza. Così come un'immagine sgranata disturba la vista, i suoni sporchi e i filtri lo-fi molestano l'udito. Eppure non è affatto una sensazione sgradevole. L'ironica “Bubble pop electric” è la cover di una Gwen Stefani sottoposta a un'allegra vivisezione proto-punk. In conclusione, la splendida “Polaroid me”: la strofa è una filastrocca malata che entra in testa con prepotenza, i giri ossessivi rallentano, si dilatano, fino al ritornello impetuoso.

“Conflicting landscapes” è un album così bello perché alla carica energetica e delle canzoni corrisponde una buona dose di dissacrante divertimento da parte di chi suona. E si sente, tanto. Quando si arriva alla fine, mettere di nuovo in play è un gesto automatico. Il rischio di volerlo ripetere ad oltranza è tra gli effetti collaterali.

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