08/05/2012

Tack at è 'the artist commonly known as Technogod' già dall'album precedente, "Pain trtn ment". "È sempre e comunque riconoscibile", rifiuta la qualifica di 'extechnogod' anche se tecnicamente ribadisce il concetto stesso nel nuovo nome. Sceglie di continuare a sovrapporre e 'attorcigliare' - termine felice - suonato e programmato, senza mimetizzarli, senza curarsi di confonderli fino a renderli indistinguibili, anzi, e senza scegliere uno a scapito dell'altro, né a livello di bilanci finali né all'interno delle singole tracce.

Errore di battitura, avevo scritto 'inferno'.
Andava bene comunque, forse.

'Whelm' ha una confezione pregevole, colore rosso metallizzato, gradevole al tatto.
Parte, ed è in linea con quello con cui deve essere in linea. Tack at. Basso, chitarra, batteria, elettronica. E la voce, la solita voce, caratterizzata, da prima di 'voiceovermatter' a oggi. Via. Idee chiare, sembra.
Ma le voci femminili, dichiarate esplicitamente o nascoste dietro psuedonimi, tra l'etereo, l'acido e il disturbante, contribuiscono a confonderle, le idee. Non solo loro. I temi, se è vero che 'Whelm' è "un agglomerato di ironia, sarcasmo, bmovie, stupidità ed electroerotica", ed è vero, fanno altrettanto. Lontanissimo dall'essere un concept album, frammentato, ma mai disomogeneo, quasi monolitico, nell'insieme.
E pieno di appigli per dire il contrario.

Non se ne esce, non ne esco.
Ci sono ottimi motivi per definirlo 'vecchio'. Ci sono ottimi motivi per trovarlo aggrappato al futuro. È drammaticamente lontano dall'essere cool, ma prende bene. Ha i soliti testi curati, tra storie come vanno raccontate in una traccia di qualche minuto, immagini evocative e la disinvoltura nel cantare "we'll be vincentmonica, we'll play johnnyvanessa" o "everybody needs somebody (else) to love". Non mi è piaciuto, ai primi ascolti. Non si fa volere bene. So che l'ho già scritto per qualcuno dei precedenti, qui è ancora più vero. O forse no. Mi piace. Non smetto di ascoltarlo. Colonna sonora di una serata di parole, è sembrato bello, tanto, all'ultima persona da cui mi sarei aspettato - per gusti, per età - una recensione positiva. Entusiasta. Non è certo da proporre a priori per un'allegra notte di danze, ma a tratti è complicato restare seduti.

C'è una lunga lista di pezzi che viene voglia di candidare al premio di 'questo non è il migliore del disco', ma non ne toglierei alcuno, mentre ci si muove dal limbo iniziale santificato da "Monochrome" al guizzo apocalittico di "Sockola", dai punk in banca alla delicata "Skoofus" in chiusura. Delicata?

Continuo ad ascoltarlo.
Non se ne esce.
E continuo ad ascoltarlo.
Sarà nei miei cinque dischi a fine anno.
E se per caso, invece, come auspicato, questa cosa che abbiamo intorno finirà definitivamente intorno al venti dicembre, come qualcuno dice, "Whelm" ci stava, un buon posto tra i dischi degli ultimi dieci mesi prima di festeggiare la fine del mondo.
Eccome.

Commenti

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