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album La conseguenza naturale dell'errore - Marina ReiIn evidenza

recensione Marina Rei La conseguenza naturale dell'errore

2012 - Cantautore, Pop, Pop rock

RECENSIONE
06/11/2012

Ovviamente sono contento che ci sia un ricambio tra gli autori che scrivono per il pop che va in radio. Il punto, a mio avviso, è: questi “nuovi” sono di una generazione che la radio italiana l'ha ascoltata poco, e la radio un po' ti insegna che bisogna piacere a tutti, devo ammettere che i “nuovi” tendono un po' alla lagna. Il bello è che quando un artista che conosce bene i trucchi del mestiere del piacere si mette a lavorare con un autore un po' lagnoso ma con tante altre qualità, ecco, possono uscire delle piccole bombe. Vedi “Bruci la città” di Irene Grandi scritta da Bianconi o “Tre cose” di Malika Ayane scritta da Raina (quest'ultima la più trasmessa in radio negli ultimi mesi) che sono due pezzi pop belli solari prodotti bene e potenti, e non si appoggiano alle solite melodie e non hanno testi di un Nek qualunque. Con Marina Rei quel gioco lì non funziona (e la recensione potrebbe finire qui). Anche se il disco non è al 100% brutto - ne salvi 4 su 8, e di quelle quattro solo una ti piace davvero; ma davvero, nel senso che la riascolti e vale tenerla sull'Ipod anche dopo aver cancellato il disco – resta un peccato.

“E mi parli di te”, il testo è di Capovilla la musica è della Rei (probabilmente molto influenzata da "Direzioni diverse" de Il Teatro). Descrive il narcisismo maschile, triste, con poche parole e alcune sembrano buttate a caso (“sembri Dylan Thomas”) questo modo di scrivere così freddo, a tratti ingessato, mi ha sempre comunicato una gran malinconia, come se fosse fradicio di solitudine, un uomo chiuso dentro se stesso che comunica male o a fatica. Ti fermi un secondo, guardi Capovilla, comprendi che è proprio lui (o almeno è il personaggio che ha disegnato per temi e atteggiamenti praticamente da quando lo conosci) e un piccolo brivido ce l'hai.

“La conseguenza naturale dell'errore” (testo e musica di Appino). Se sei innamorato un po' la capisci, tante frasi e altrettanti nervi scoperti, quel “é dubitare che l'amore in fondo ci sia stato mai” o anche “tu eri un uomo che esisteva fino a qualche tempo fa” e “sei solo veramente quando hai perso anche la verità” che io, nel mio piccolo, ho interpretato come: ti puoi anche riempire la bocca d'Amore, ma poi quando ti ritrovi a gestire tutte quelle emozioni in corpo, giorno per giorno, capisci che non sei proprio l'uomo sicuro e fiero che credevi di essere. E' bella ma obiettivamente è una canzone confusa, che va srotolata più volte, tante cose che si sommano e quasi mai ne vieni a capo. Quella di Benvegnù (nel senso che è quasi tutta sua: solo il testo è a quattro mani) ritorna quasi agli Scisma, e fa anche piacere sentire una sua canzone alleggerita da tutti i suoi soliti giri neurali, ma sicuramente non rientra tra le memorabili di Benvegnù, che è uno che anche con la b-side più malcagata ti lascia secco. Con “Il modo mio” è peggio: la bravura della Donà nel costruire qualcosa che non sia mai banale si sente, ovvio; purtroppo si appoggia su questo tappeto etereo manco fosse una canzone religiosa.

Le altre tre (la quarta è solo una versione con la Morricone Orchestra) sono brutte, non saprei definirle altrimenti. Sinigallia e Mastandrea ("Che male c'è") non convincono con una storia sull'omicidio di Federco Aldrovandi con pochissime sfumature e peggio va con “Qui è dentro” (l'unica scritta solamente da Marina Rei) sulle carceri italiane; quella con i Bud Spencer sembra totalmente messa a caso, o solo per aver qualche chitarrone in più.

Quindi, “La conseguenza naturale dell'errore” non è da stroncare (perchè obiettivamente i dischi inascoltabili sono altri) ma è certamente un'occasione sprecata: la voce non risplende (e poteva fare la differenza), quando le canzoni sono ben scritte ci si perde tra arrangiamenti poco stimolanti, poco innovativi, ridotti all'osso non si sa perchè; quando sono brutte già sapete.

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Commenti (5)
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  • colin 06/11/2012 ore 15:05

    davvero non capisco questa approssimazione nel parlare di musica su queste pagine.
    con un dilettantismo disarmante nell'approccio a quella che rimane una "forma di espressione artistica", che, in quanto tale, è di per sè già sollevabile dalla dicotomia bello/brutto (in base a quali canoni ?).
    per di più, oltre alla predisposizione sbagliata e superficiale, spesso i "recensori" (!!!!!!) si perdono appresso a motivazioni labili a bassa intensità, quasi dettate da un'attenzione all'ascolto e alla comprensione molto generica, insomma, davvero con pochissime sfumature (cit.).
    invito a riconsiderare la pressappochezza delle vostre posizioni riguardo artisti che non rientrano necessariamente nel giro "rockit" del momento.

    > rispondi a @colin
  • G. Falcone 07/11/2012 ore 09:23

    Caro Colin, non sei l'unico con perplessità sulla qualità dei recensori. Recensiamo i recensori? Eppure vanno avanti, imperterriti. Mi piacerebbe sapere se lavorano gratis. Spiegherebbe un po' di cose.

    > rispondi a @raggio
  • Faustiko Murizzi 08/11/2012 ore 01:04

    Ma ben venga G. Falcone... però tirate fuori uno straccio di motivazione decente, perché scrivere "motivazioni labili a bassa intensità" è quasi da galera, eh! :-)

    > rispondi a @faustiko
  • colin 08/11/2012 ore 16:13

    Non ne servono.
    la canzone "che male c'è" è a mio avviso intensa e profonda, e lo stralcio della descrizione, che incollo, è di per sè la spiegazione del concetto di labile.
    non perdiamoci in ridondanze, se si contesta la mancanza di motivazioni nelle affermazioni contenute nella recensione, non si può rispondere: motivalo.

    basta leggere:

    "Le altre tre (la quarta è solo una versione con la Morricone Orchestra) sono brutte, non saprei definirle altrimenti. Sinigallia e Mastandrea ("Che male c'è") non convincono con una storia sull'omicidio di Federco Aldrovandi con pochissime sfumature e peggio va con “Qui è dentro” (l'unica scritta solamente da Marina Rei) sulle carceri italiane"

    > rispondi a @colin
  • colin 09/11/2012 ore 10:23

    ad ogni modo, mi sento di dover altresì specificare che la frase:
    "motivazioni labili a bassa intensità"
    oltre a non essere da galera per ovvi motivi (vuoi mandare in galera chi esprime opinioni ?! :))
    ha un senso ben preciso. se non ti è chiaro il significato del termine "labile" o "intensità" puoi cercarli sul vocabolario:
    http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/I/intensita.shtml
    per di più essa gioca con la duplice accezione del concetto di intensità, che parallelamente indica anche una misura di energia del suono.
    ed inoltre esplicita perfettamente la carenza d'intenzione che ho trovato nella recensione.
    Mi spiego: anche qualora decidessi di usare un sistema valutativo della musica "estremo": giudicando come "brutto" un pezzo scritto da grandi artisti (che tratta di una storia triste e anche spesso ignorata, scegliendo di farlo dando voce al povero federico, e mettendoci molta sensibilità, nella scelta di ogni singola parola), almeno lo si faccia con una forma stilistica intensa. Altro che "pochissime sfumature", ecco è questo che proprio non mi va giù. Questo pezzo lo dovrebbero ascoltare più persone possibile, altro che poche sfumature.
    se non le sai cogliere va anche bene, rimani in superficie ma smettila di atteggiarti a "recensore".

    > rispondi a @colin
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