07/08/2012

Apertura di epica malinconia che getta subito nell’atmosfera densa d’autunni e rimpianti che domina nell’intero disco, “Shortcuts To Happiness” mostra immediatamente la presa d’effetto dark che i Confield possiedono come matrice essenziale. Eppure non parliamo di musica oscura tout court, perché la voce ha un non so che di aliti grunge, capace di graffiare quando serve e dotata di giuste dosi di rabbia, e in generale la struttura dei brani si carica di influenze rocciose e affatto volatili. Se “One Morning” ricorda certe ballate degli ultimi Cure, “Hidden Away” è invece pop venato di psichedelia che fa molto Echo&The Bunnymen, e “Jungle Camp” e “Nightbus Lovers” devono molto ad “Atmosphere” dei Joy Division. “Big Big Bang” e “One Room” sono decisamente i brani più legati alla new wave, asciutti e forti di una sezione ritmica rampante con la batteria in assoluto primo piano e le linee vocali che virano verso uno stile alla Interpol, mentre la chiusura dell’album è affidata a due pezzi distesi tra la tristezza di un abbandono e l’assenza di una parte importante di sé. Parecchi spunti che a volte si perdono tra un’impronta da cavalcate rock americane e l’approccio dark che non mantiene ogni promessa: resta sicuramente da inquadrare nitidamente l’immagine che la band vuole dare di sé, e occorre una maggiore volontà di rischiare senza aggrapparsi ai propri riferimenti in modo palese. Le basi per fare meglio ci sono eccome, ora bisogna buttarsi senza guardare giù.

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La recensione CONFIELD - Recensione - Confield di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 22/07/2019

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