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album 2:5 - Den Van Stanten

recensione Den Van Stanten 2:5

2002 - Pop, Alternativo

RECENSIONE
20/06/2002

Prima considerazione.

Il cd-r in confezione slim ha copertina e controcopertina fotocopiate con disegni e scritte maldestre a penna, con 'soluzioni grafiche' (definizione quanto mai generosa ed azzardata...) da brivido e tentativi commoventi di 'grassetti hand-made' o simili. Tripla opzione:
- o i Den Van Stanten hanno meno di dodici anni,
- o i Den Van Stanten, indipendemente dall'età, hanno le capacità grafiche di un bambino di meno di dodici anni,
- o i Den Van Stanten sono geniali terroristi grafici.

Seconda considerazione.

I titoli delle tracce sono inarrivabili. "Hey, l'aveva delusa", "La grande Professoressa Daniela" e l'ineffabile "Quando le paure si chiamavano Ragnetto Michele" sono da antologia. Se nella vita di un recensore esiste anche un solo Primascelta appositamente concepito per i titoli è la volta buona per giocarselo.

E finalmente la Musica.

Interamente concepito e realizzato a quattro mani, rigorosamente in inglese a dispetto dei titoli biligue, "2:5" è un concentrato di pop elettronico sbilenco e sconnesso con spazio per notevoli margini di miglioramento (sulla voce c'è parecchio lavoro da fare, le tastiere non sono sempre dosate con gusto, le linee melodiche sono un po' monocordi, e via con altre cento -legittime- critiche 'tecniche'...), ma indubbiamente vivo e a tratti addirittura splendente.

"Starita Connection", in apertura, è esemplare: pop sconclusionato, batteria elettronica, suonini e inserti vari; subito dopo "Hey, l'aveva delusa", appoggiata a beats più incalzanti (l'incipit è irresistibile...) e squittii ritmati, è dominata dalla voce dolente, e rimpolpata da tastiere appena un po' troppo invasive. La terza traccia cade in malo modo nel piano bar sovrapposto ad un programming confusionario, mentre la cover dei Doors ha un fondo cupo e, in primo piano, interessanti dissonanze che poi scompajono sul ritornello. Ancora, "Quando le paure si chiamavano Ragnetto Michele" è asciutta, allegra, efficace quasi quanto il titolo, "Lunatic" è "il lento", strascicato, tastiere e chitarre a dialogare in una registrazione impastatissima (ma non abbastanza da danneggiare la gradevolezza del risultato...), e, in conclusione, frammenti rubati in "studio" riescono nell'incredibile (visti i mille tentativi analoghi conclusisi con esito contrario...) risultato di fare sorridere, mentre nella seconda parte della traccia si può ascoltare qualcosa per cui nominare Cornelius (citato tra gli artisti di riferimento) non è poi così fuori luogo.

Tutte le critiche evidenziate -o evidenziabili- sono difficilmente contestabili, ribadisco, ma questo non scalfisce la validità di un esordio a cui è difficile restare indifferenti. Assolutamente interessanti, assolutamente da reincrociare, dopo una -necessaria- focalizzazione delle ideee che non pregiudichi la bellezza delle stesse.

Tracklist

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