02/10/2012

Oltre la barriera sfrangiata dell’ambient, o dell’elettronica tout court, si trova un vivaio di sensibilità, spesso negletta e bistrattata, e mi riferisco a quegli ambiti ibridi in cui si sa cosa si trova, fino ad averne prova contraria.

Surak, a tal riguardo, rappresenta una specie di esempio didascalico, in cui, da un lato, è facile ravvisare tutta l’iconologia classica a cavallo tra magniloquente stasi elettronica, ammantata d’indie degli anni 00 (tra Boards Of Canada e altro qualunque prodotto Warp Records), con saltellanti e apprezzabili spunti post (“Rescue”), partiture sintetiche e aperture ambient/new age (“Cube”), tra sogno e matematica, dunque; per altro verso, nella musica di Surak si avverte uno scarto personale del tutto ineffabile, come a voler decifrare un codice che sfugge alle logiche – spesso binarie – della critica così come la si conosce.

E’ da questo evidente scarto a suo favore – nel complesso di un ascolto altalenante – che Surak dovrà muovere, avendone capacità e numeri in abbondanza, già forte di un suono dal nitore e dalla forza espressiva tutt'affatto notevoli.

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