26/10/2012

Travalicare per unire, scavalcare confini per unire le fila, miscelare per differenziarsi. Questo è ciò che fanno i Med in Itali e sorprende la maturità artistica che dimostrano nel loro lavoro, il primo vero album, prodotto da Libellula Music dopo svariati EP.

Sorprende subito, una volta fatta partire la prima traccia, la delicatezza e la cura riversata in ogni dettaglio, quasi maniacale, dalla voce baritonale e pregna di intensità di Niccolò Maffei, ai giri puliti e cristallini di chitarra, alle tessiture preziose di stampo acid jazz e funk del sassofono, alla trama ricca e estremamente piena della composizione musicale, mai un attimo di vuoto oppure di smarrimento nelle nostre orecchie, nonostante gli svariati appigli di categorizzazione, le innumerevoli influenze, il mescolarsi continuo di genere. Dove affluiscono i sopracitati jazz e funk, ma anche il reggae, anche il grunge, la patchanka, anche musica balcanica, anche musica tanghera, anche musica da grande pubblico.

 

In questo notevole esordio, dopo le origini come musicisti di strada, da buskers a Dublino, dopo gli anni trascorsi in studio, innumerevoli cambi di formazione e viaggi, centinaia di storie e centinaia di concerti, possiamo intravedere qualcosa di istruttivo. Una bella lezione servita sul piatto d'argento della critica discografica. Vale a dire, del come un prodotto originale e ricercato, anche se non immediato, sull'unghia, possa sfuggire con estrema leggerezza e strafottenza ai canoni invalicabili delle logiche da pubblico di nicchia: i Med in Itali dimostrano che coniugare una certa ricerca qualitativa di stilismi lenti da interiorizzare, coniugare tutto questo alla gradevolezza di ascolto per i più, non solo è possibile, ma anzi è necessario, e che è ora di superare un limite che noi stessi ci siamo imposti, con un certo snobismo tutto italiano e autoprodotto, che lo si voglia negare o meno, che lo si voglia finalmente ammettere o meno.

 

Messo da parte questo apprezzabilissimo aspetto di “Coltivare piante grasse”, titolo più che significativo per quanto detto prima (perché non so voi, ma io al mio cactus è già molto se ricordo di dargli un bicchiere d'acqua al mese), i Med in Itali sicuramente riprendono molto dalla lezione dei Marta sui Tubi, forse anche troppo, sia nella voce di Maffei, che nell'attitudine, e l'accostamento nasce spontaneo, insieme a quello verso le miriadi di gruppi che cavalcano quel genere di onde. Diventa quasi un fraintendimento, uno scambio dovuto all'esagerazione di ricalco. C'è però qualcosa di diverso. Difficile capire se questa nota in più arrivi da una grande esperienza maturata durante i live, dalla personalità ammaliante della band, se arrivi dai testi ironici, intelligenti, pungenti, se arrivi dall'ottimo e maturo impasto che ci viene offerto, pronto e confezionato per essere consumato. Diretto, genuino, come i giri di chitarra strappacuore di “Non mi stanco”, quelli febbricitanti e poi reggae, con sporadici sprazzi di sassofono free jazz, nella sarcastica “Musicista precario”, che tra le altre perle volutamente generaliste rivolte ai colleghi musicisti, così recita: “Continuiamo a farci male, che tanto è normale”.

 

Non penso che sia importante, capire da dove arriva questa soddisfacentissima produzione, quanto piuttosto lo è imparare l'importanza del coltivare piante grasse. Ci siamo capiti, noi ascoltatori tanto snob. Voi musicisti, cortesemente, proseguite lungo la via della sofferenza.

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