Xabier Iriondo Irrintzi 2012 - Noise

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Xabier Iriondo a nudo in un'opera affascinante e priva di confini di genere.

Ai più sembrerà un esperimento folle e sconquassato. L'ennesima inconsuetudine di quel talentuoso ed eccentrico chitarrista, o un altro vinile poco intelliggibile destinato alla nicchia di fanatici del rumore che ha amato Xabier Iriondo più nelle sottili trame tra noisescapes e Talk Talk degli A Short Apnea e nell’irruente libertà compositiva degli Uncode Duello, piuttosto che nel ruolo da co-protagonista nei primi Afterhours.

A me, invece – forse ingenuamente, ma sono convinto che altri si ritroveranno in queste righe – sembra di varcare la soglia, due anni dopo la chiusura, di quel luogo così sacrale ed ispiratore che era Sound Metak, piazzale Segrino, Milano quartiere Isola. Uno spazio gestito dallo stesso Iriondo, sospeso e indefinito tra atelier, negozio e laboratorio artigianale, rifugio espressivo per decine di musicisti – fossero essi sperimentatori, jazzisti o arrangiatori pop – e soprattutto resosi capace di plasmare un idealismo nella fruizione delle arti e della musica che ha affascinato molti degli entusiasti che sono transitati su quei tappeti, nelle consuete performance tardo-pomeridiane del sabato. 

“Irrintzi” ha una personalità agghiacciante e sincera. Ogni dettaglio mi riporta alle vibrazioni degli oggetti che Xabier accumulava o costruiva o trasformava in visioni artefatte e deliranti insieme ai suoi ospiti. Ricordo la voce del vecchio padre e la bimba neonata, le tessiture di Cristiano Calcagnile, Bruno Dorella, il misticismo di Paolo Tofani e i sassofoni di Gianni Mimmo, i fuzz guerrafondai sull'antiquata Gibson e l'ipnotico Mahai Metak, le raccolte di LP early blues e pre-war folk, la collezione di lap-steel appesa con cura ai muri gialli.

Il raro eclettismo che da sempre ha contraddistinto la progettualità di Iriondo è ora riaffermato chiassosamente a un pubblico meno circoscritto, in un (non) equilibrismo congestionato assurdamente tra la tradizione pastorale basca, il noise estremo e una predilezione per il post-folk elettrico più ruvido e dissonante.

"Irrintzi" contiene la memoria (quella, tremenda, del bombardamento di Guernica in "Gernika eta Bermeo"), lo spirito punk ("The Hammer" dei Motorhead, brutalizzata insieme agli OvO) e quello post-folk, la canzone ("Cold Turkey" di John Lennon tesa sulle voci tossiche di Manuel Agnelli) e la destrutturazione.
Xabier Iriondo a nudo in un'opera affascinante e priva di confini di genere.

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La recensione Irrintzi di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2012-10-03 00:00:00

COMMENTI (4)

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  • iocero 9 anni Rispondi

    Xabier, chiedo scusa. Xavier è il grande capitano dell'Inter!

  • Satanasso 9 anni Rispondi

    Musicisti concreti come Iriondo possono essere apprezzati solo in una dimensione live, l'unico "spazio" plausibile per proposte come queste, anacronistiche e deprivate ormai di ogni senso, senza tema di smentita. Con tutto il rispetto per l'artista, e invece col minimo di sentimento per una recensione un po' ruffianeggiante, sul solco delle ultime sortite di rockit.

  • iocero 9 anni Rispondi

    Io sono senza dubbio uno "dei più" al quale questo disco sembra "un esperimento folle e sconquassato", ma se vi presentassi io della musica ottenuta con un pestacotalette strisciato su un non-strumento dalla dubbia accordatura godrei di tale riguardo?
    Starò invecchiando, ma per citare il rag. Fantozzi "Irrintzi è una cagata pazzesca" e il pubblico che con me assistì ad una performance del buon Xavier si alzerebbe per 92 minuti di applausi....

  • faustiko 9 anni Rispondi

    Wow, che bella recensione