01/12/2012

La battuta è troppo semplice per poter resistere. “Cavare il sangue da una rapa” è un detto famoso - soprattutto in Toscana, dove è stato registrato questo disco - che sta a significare un'inadeguatezza nel compiere determinate mansioni, semplice attestazione d'impossibilità. Forse è l'umiltà, o la scaramanzia, ad aver suggerito questo nome, chissà. In ogni caso, si dimostra un'ottima metafora per descrivere il secondo ep della band toscana.

Sei tracce che iniziano in modo promettente, con “La Fretta”, sospesa tra Il Pan Del Diavolo e Lombroso. Racconti immaginifici, metafore sulla stazionarietà della nostra generazione, persa in una pigra condizione di torpore, sottoprodotto del benessere, limite di una generazione, disunita quanto paradossale.
Il consumismo, il materialismo del sesso e del divertimento, l'ipocrisia di un perbenismo che rimane superficiale, raccontati in “L'Uomo Arancia!” e nella seguente “A Caccia”, galleggianti nel torbido di una serata qualunque, di un pomeriggio tra tanti, come sempre.

Raccontati con il finto divertissment, tipico dei Sikitikis, ondeggiante tra l'ironico ed il rabbioso. Da tutto ciò emerge un'idea di fondo: quella di tante evocazioni non bene assemblate, incastrate tra loro più per una tendenza al ritornello semplice, che da una vera struttura di fondo.
Liriche che non scavano mai oltre la crosta, camminano in punta di piedi, sfiorano senza davvero scontrarsi con nessuna condizione umana, un'osservazione che appare sempre lontana, eccessivamente distaccata.
Come in un organismo ricco, ma privo di venature, di sangue. Come una rapa, in effetti.

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